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Come la Serbia ha superato l’UE: Lezioni in Diplomazia del Vaccino — East Journal

La Serbia si colloca al secondo posto in Europa per il più alto tasso di vaccinazioni, dopo il Regno Unito. Understanding Politics approfondisce la questione con Giorgio Fruscione, analista ISPI. L’articolo Come la Serbia ha superato l’UE: Lezioni in Diplomazia del Vaccino sembra essere il primo su East Journal.

Come la Serbia ha superato l’UE: Lezioni in Diplomazia del Vaccino — East Journal
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Primavera

Capreolus capreolus - Wikipedia

“Guardate, fratelli miei, la primavera è arrivata

la terra ha ricevuto l’abbraccio del sole

e noi vedremo presto i risultati di questo amore!

Ogni seme si è svegliato.

E così anche tutta la vita animale.

E grazie a questo potere che noi esistiamo.

Noi perciò dobbiamo concedere ai nostri vicini,

anche ai nostri vicini animali,

il nostro stesso diritto di abitare questa terra.”

(Ta-Tanka I-Yotank, conosciuto come Toro Seduto)🐣

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Non un’opinione, ma tragedia

Non mi è permesso visitare da un bel pezzo i parenti, i fratelli, i loro nipoti e pronipoti per il noto decreto ministeriale che chiude nei propri confini comunali di residenza chi non abbia una qualche ragione plausibile, vera o falsa che sia.

Sappiamo tutti che il decreto ministeriale è una forzatura limitativa difficilmente supportata dalle norme della nostra Costituzione, ma per cittadini razionalmente a posto e capaci di prendersi le proprie responsabilità, al fine di tutelare la propria salute e il proprio e altrui benessere, limitazioni, e non solo quelle territoriali, dovrebbero essere un autonomo segno di civiltà. I mezzi di comunicazione riferiscono abbondantemente della diffusione del contagio e le notizie non fanno che esasperare il senso di isolamento. Il pensiero fisso o ricorrente dei rischi che può far correre il contagio a parenti, amici, conoscenti, specie se in condizioni di salute precaria, è già una specie di malattia, una specie di febbre subdola che non è rilevata dal termometro ma che fa ancora più male.

Nei paesi come i nostri nelle Valli, dove le persone si conoscono e si frequentano quasi a livello famigliare, i contatti e i luoghi di possibile contatto si moltiplicano, più che in quelli dei condomìni cittadini, dove per evitare o limitare contagi in ascensori e scale forse bastano attenzione, mascherina, amuchina e molto buonsenso. Non so quanto possa aver influito anche tra la nostra gente, compresa quella in attività lavorativa, quell’atteggiamento irresponsabile e di per sé deleterio propagandato dai negazionisti, da quelli che negano perfino l’evidenza dei dati numerici degli infetti, dei ricoverati e dei morti per Covid. Ma a me viene anche un altro dubbio. Se, ad esempio, dovessi riferirmi al numero preponderante dei simpatizzanti e votanti di un certo partito, il cui capitano ha fatto di tutto per creare confusione e spargere notizie fasulle e devianti, direi che forse anche questi comportamenti abbiano esercitato una qualche influenza sulla presa sottogamba dei rischi.

Pensando proprio a quanti continuano ancora a creare confusione e disinformazione, mi verrebbe da citare da un lato il vecchio proverbio: Chi è colpa del suo mal pianga sé stesso, e dall’altro modificarne un altro: Chi rompe paga ed i cocci sono… tutt’altro che solo suoi! Lo so, sono detti fuori uso, perché al giorno d’oggi vige un’altra filosofia: nessuno paga di persona e i cocci se li cucca qualcun altro.

In questo senso mi ha fatto riflettere un trafiletto di Michele Serra nella sua rubrica di Satira preventiva,sull’Espresso del 21 marzo. Scrive: «La tendenza a considerare la morte come colpa di qualcun altro è dilagante in tutte le società del benessere. Collegi di avvocati propongono soluzioni per tutte le tasche, che permettono di sporgere causa contro ignoti in caso di decesso. Il decesso – spiegava l’avvocato Martha Garboils, del Foro di Dallas – avviene quasi sempre contro la volontà del defunto. Quindi è un tipico caso di violenza per cui si può comunque aprire un contenzioso giudiziario. Tariffe contenute».

Trovarsi in ospedali già privi di posti letto, di respiratori o di quanto serve per salvare vite, e dover scegliere chi curare per primo, proprio per i medici in prima linea, non è certo come dover eliminare un concorrente del Grande fratello. È un dramma che nessun medico vorrebbe neppur ipotizzare. E invece c’è un sacco di gente che se ne strafrega di tutto e, avendone la possibilità, neppure vuole vaccinarsi.

Era da tanto che ci pensavo, ma non volevo essere provocatorio, ad esprimere un pensiero che, se attuato, sarebbe dirompente. Mi sono detto: non vuoi vaccinarti? Snobbi il Covid come un’invenzione di apparati e poteri forti? Non vuoi usare mascherine e rispettare le opportune distanze di sicurezza proposte dalle autorità sanitarie? Ok. Se ti dovessi ammalare, avresti sì il diritto all’assistenza, ma per te, che te la sei voluta, solo presentando in contemporanea una carta di credito ben fornita o un bel mucchietto di cambiali! Lo dico alle autorità che si trovano a combattere con questi assertori della propria assoluta libertà di fare ciò che gli pare. La Pandemia non è un’opinione; è una tragedia.

Riccardo Ruttar

https://www.dom.it/non-unopinione-ma-tragedia_ne-gre-za-stalisce-ampak-za-tragedijo/

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8 aprile 1300: l’inizio del Viaggio — words and music and stories

8 aprile 1300: una data importante nella cultura italiana, il giorno in cui ha inizio il viaggio mistico cantato nella Divina Commedia.Infatti è proprio nella notte tra il 7 e l’8 aprile 1300 che Dante Alighieri si smarrisce nella selva oscura: «Nel mezzo del cammin di nostra vitami ritrovai per una selva oscura,ché la diritta […]

8 aprile 1300: l’inizio del Viaggio — words and music and stories
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Narcisi

Vagavo solo come una nube bianca

che fluttua su valli e colline nei cieli

quando d’un tratto, estesa da destra a manca,

vidi una folla di dorati asfodeli;

vicino al lago e gli alberi, in movimento

ondeggiavano e danzavano nel vento.

Scintillavano, stelle d’oro vestite

distese sulla Via Lattea, ininterrotti

essi si allungavano in linee infinite

lungo l’orlo della baia ed i suoi fiotti:

diecimila ne vidi con un’occhiata,

la testa scossa in una danza agitata.

Danzava il fiume accanto, ma superato

era in splendore il brillio delle onde;

un poeta può solo essere estasiato

in delle compagnie così gioconde.

Guardavo – guardavo – ma senza pensare

quanto quella vista mi poté giovare.

Spesso quando sono steso sul mio letto

assente e pensieroso, quella visione

con l’occhio interiore rivedo di getto:

se sono solo esso è benedizione;

così i miei sensi di piaceri colmati

danzano con quegli asfodeli dorati.”

di  William Wordsworth (1770-1850)

traduzione di Andrej Arko

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Consuma per errore una pianta velenosa, muore intossicato

Attenzione alle erbe,ce ne sono anche di mortali

 Fatale per un uomo di 62 anni di Travesio, Valerio Pinzana, l’ingestione di una pianta velenosa che aveva raccolto pensando si trattasse di un’erba commestibile. Stando alle prime ricostruzioni si sarebbe trattato di colchico, o croco, conosciuto anche come ‘falso zafferano’ o ‘arsenico vegetale’, confondendolo con l’aglio orsino.

Forte della sua padronanza in fatto di piante spontanee, escursionista profondo conoscitore del suo territorio, aveva cucinato con quell’erba il pranzo, poi consumato insieme alla compagna, lo scorso 29 marzo.

Poi i primi sintomi, per entrambi, scambiati inizialmente per un altro tipo di patologia, anche perché la donna si trovava in isolamento per aver contratto il Covid. L’uomo è stato ricoverato prima nell’ospedale di Spilimbergo poi le sue condizioni si sono aggravate fino a perdere la vita, questa mattina, nel reparto di terapia intensiva di Pordenone dove era stato trasferito.

Tecnico della Snam Rete Gas, Pinzana lascia il padre, due fratelli, un figlio e la compagna, che è riuscita a salvarsi dall’avvelenamento.

https://www.ilfriuli.it/articolo/cronaca/consuma-per-errore-una-pianta-velenosa-muore-intossicato/2/239634

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LA PETE DI SORC,CIBO DI UN TEMPO

Vita Nei Campi

La pete di sorc, un dolce profumato dal sapore antico

di Roberto Zottar

Dalla zona arancione della zucca, passiamo oggi in zona gialla della farina di polenta!La polenta in regione è condita in ogni modo e fantasia, fino ad arrivare ai vari toç, di burro cotto o strutto o lardo elaborati con farina di mais e latte o vegetali: emblema di povertà, ma invenzione geniale il condire la polenta con un sugo di polenta! Pur essendo un alimento americano foresto, il mais, in ogni sua forma, è diventato nel tempo parte del tutto integrante dell’essere carnico. Con poco zucchero e chicchi di mais, ma anche con quelli di grano saraceno, si facevano, lis sioris o sclopets, che oggi, forse, conosciamo solo con il nome americano di ‘popcorn’! Gianni Cosetti ricordava che la nonna di Quìnis gli riempiva le tasche di ‘pestadice’ cioè delle giuggiolette fatte con chicchi di granoturco saltati in padella e poi caldi pestati in un mortaio con lo zucchero. Un tempo la farina di mais veniva usata anche per cuocere il burro e farlo conservare più a lungo. Per un kg di burro si usavano due etti di farina di polenta: il burro era cotto quando la farina diventava color oro antico. Dopo la cottura il tutto veniva fatto raffreddare: la parte liquida, l’“ont” che oggi chiameremmo burro chiarificato, veniva messo nell’apposito contenitore, la piere da l’ont, mentre la farina, abbrustolita e un po’ così arricchita, in un sistema assolutamente autoctono di elaborazione dei componenti alimentari dove nulla veniva sprecato, diventava un importante ingrediente per una torta, la “pete di sorc”. L’arcaica peta, nome che probabilmente deriva da ‘petà’, cioè ‘schiacciare’, in origine era una schiacciata di farina di sola segala, poi di farine di granoturco e grano miscelate, mai lievitata, magari anche con fettine di lops, cioè mele selvatiche, fichi secchi o qualche cicciola di maiale e uvette. Veniva avvolta in foglie di verza e cotta sotto la cenere. Questa versione indubbiamente poteva risultare un po’ pesante tanto che Piero Adami ricordava che “bisognave vè stomi fuart per digjerile” (bisognava avere uno stomaco forte per digerirla).Gianni Cosetti ci ha lasciato la ricetta di una “pete di sorc” cotta al forno. Per realizzarla dobbiamo partire da 200 g di farina di mais cotta nel burro e raffreddata. A questa si uniscono poi 150 g di farina di mais cruda e 150 di farina 00. Mescolando, unite un uovo, 150 g di zucchero, un pizzico di sale, un bicchiere di latte tiepido e la scorza grattugiata di un limone. Amalgamate fino ad ottenere un composto morbido e omogeno. Versate in una tortiera imburrata da 26 cm, cospargete con 50 g di pangrattato mescolato con un cucchiaio di zucchero e cuocete per 40’ in forno a 150°. Si serve fredda.Ringrazio Michela Urbano per le fotoBuon appetito!

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La Slovenia e la sua letteratura

Letteratura Slovenia I testi più antichi   in lingua slovena sono tre manoscritti dell’’anno 970 noti come Brižinski Spomeniki (manoscritti di Frisinga), che contengono un’’omelia sul peccato e dei suggerimenti sulla pene da assegnare dopo la confessione
(Atto di nascita della cultura slovena: Manoscritti di Frisinga (Brižinski), Manoscritto di Klagenfurt -Celovec, Manoscritto di Stična, Manoscritto di Cividale-Čedad)Le figure chiave nella trasformazione dello sloveno in lingua letteraria sono tre. 
Primo fra tutti Primož Trubar, al quale si devono nel 1500 le prime stampe in lingua slovena, un Catechismo e un Abecedario, cui segue, 35 anni dopo, la prima versione in sloveno della Bibbia. Si sottolinea come fino all’’Illuminismo la cultura di questo paese sia stata essenzialmente legata alla Chiesa, ciò ha portato alla creazione di opere letterarie in tedesco e in latino, non in sloveno (il Die Ehre des Herzogthums, significativa opera del 1689, sulla vita e la cultura del popolo sloveno prima del XVIII secolo, è infatti scritta in tedesco).France Prešeren è stata una figura di spicco della letteratura slovena; amatissimo dai suoi connazionali, per aver dato alla nascente letteratura di questo Paese un determinato codice e una leggibile struttura, viene ancora oggi considerato il più grande poeta sloveno. Così come Dante è per l’’Italia il padre della lingua italiana o Shakespeare per il Regno Unito della lingua inglese, lo stesso ruolo nella lingua slovena è dato a Prešeren. La sua maggiore opera letteraria sono i Sonetni Venec(sonetti amorosi), benché tutta la sua produzione poetica, dai poemi epici alle poesie satiriche, possa considerarsi d’i ispirazione ed esempio per i letterati del periodo successivo. Ai versi del suo “Brindisi”-Zdravljica si ispira anche l’’inno nazionale sloveno.Nel XIX secolo non mancano altri carismatici letterati, maestri come Fran Levstik che in Martin Krpan rielabora alcuni temi del folklore popolare, e Josip Jurčič l’’autore del primo romanzo in lingua slovena, chiamato Deseti Brat.Nel XX secolo brilla la figura di Ivan Cankar, punto di riferimento nazionale per la prosa, così come Prešeren fu per la poesia. Come quest’’ultimo, da cui ricevette oltretutto grande influenza, Cankar viene considerato il maggiore scrittore di lingua slovena. Con i suoi romanzi e commedie in sloveno, affrontò per la prima volta importanti tematiche sociali e di costume trascurate fino a quel momento. Tra gli autori contemporanei, si vuole qui citare in particolare Drago Jančar, scrittore e saggista, molto noto a livello internazionale, le cui opere sono state tradotte in più di 10 lingue.http://www.slovenia-facile.com/letteratura-slovena.html