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La farmacovigilanza europea comincia anche per il vaccino Johnson & Johnson

L’Ema ha fatto partire una valutazione sul vaccino della divisione Janssen di Johson & Johnson dopo quattro casi di eventi trombotici segnalati negli Usa. Per ora non è chiaro se sia collegato alle trombosi o se queste si sarebbero manifestate comunque. La valutazione e la chiarezza sono necessarie, senza allarmismi Dopo il dibattito acceso e a più riprese sul vaccino AstraZeneca, condotto sia dalle istituzioni sia dai media (con una comunicazione che presenta anche alcune criticità), oggi si parla del vaccino in una sola dose sviluppato dalla divisione Janssen di Johnson & Johnson, autorizzato in Europa lo scorso 11 marzo 2021, ma ancora non in uso. L’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha avviato una valutazione su eventuali eventi tromboembolici, ovvero formazioni di coaguli con ostruzione di un vaso, in seguito alla segnalazione di quattro casi di trombosi. Ma facciamo attenzione: per ora non c’è alcun legame fra le trombosi e il vaccino e non c’è alcuna indicazione che il farmaco sia legato a rari eventi di trombosi. La notizia, in una nota del 9 aprile 2021 dell’Agenzia, è semplicemente che il Comitato per la farmacovigilanza dell’Ema (Prac), ha iniziato una revisione delle segnalazioni di questo genere. Si tratta del processo della farmacovigilanza, necessario per valutare continuamente il bilancio tra rischi e benefici di un farmaco ed eventualmente inserire degli effetti indesiderati non previsti nel bugiardino, insieme alla  loro frequenza (da molto comuni a molto rari)…continua QUI https://www.wired.it/scienza/medicina/2021/04/09/vaccino-johnson-johnson-ema-revisione/

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Consuma per errore una pianta velenosa, muore intossicato

Attenzione alle erbe,ce ne sono anche di mortali

 Fatale per un uomo di 62 anni di Travesio, Valerio Pinzana, l’ingestione di una pianta velenosa che aveva raccolto pensando si trattasse di un’erba commestibile. Stando alle prime ricostruzioni si sarebbe trattato di colchico, o croco, conosciuto anche come ‘falso zafferano’ o ‘arsenico vegetale’, confondendolo con l’aglio orsino.

Forte della sua padronanza in fatto di piante spontanee, escursionista profondo conoscitore del suo territorio, aveva cucinato con quell’erba il pranzo, poi consumato insieme alla compagna, lo scorso 29 marzo.

Poi i primi sintomi, per entrambi, scambiati inizialmente per un altro tipo di patologia, anche perché la donna si trovava in isolamento per aver contratto il Covid. L’uomo è stato ricoverato prima nell’ospedale di Spilimbergo poi le sue condizioni si sono aggravate fino a perdere la vita, questa mattina, nel reparto di terapia intensiva di Pordenone dove era stato trasferito.

Tecnico della Snam Rete Gas, Pinzana lascia il padre, due fratelli, un figlio e la compagna, che è riuscita a salvarsi dall’avvelenamento.

https://www.ilfriuli.it/articolo/cronaca/consuma-per-errore-una-pianta-velenosa-muore-intossicato/2/239634

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Un vento nuovo a Pian dei Ciclamini

Nelle Valli del Torre sta per trovare una nuova gestione il rifugio escursionistico di Pian dei ciclamini, situato in comune di Lusevera/Bardo.

Il relativo bando di locazione è stato pubblicato sul sito dell’amministrazione contraente, il Parco naturale delle Prealpi Giulie. Situato nell’omonima località, il Rifugio escursionistico di Pian dei Ciclamini si trova lungo la strada che da Tarcento porta al valico di Uccea/Učja e alla Slovenia.

L’immobile conta tre piani ed è localizzato all’interno del Parco naturale regionale delle Prealpi Giulie. Nell’ultimo anno la struttura è stata oggetto di una profonda rivisitazione degli spazi e degli impianti, a partire dalla vecchia struttura dell’ex Albergo Ai Ciclamini, attivo dagli anni Novanta, cui è stata annessa la porzione di Foresteria del Parco, attiva dal 2004. Nell’ambito del complesso ricettivo di Pian dei Ciclamini è messo a locazione anche un secondo immobile a stalla per cavalli, con stalli attrezzati, deposito e appartamento di servizio.

La struttura del Rifugio di Pian dei Ciclamini presenta, tra l’altro, un’area bar-ristorante, con cucina, depositi e servizi e un punto informativo del Parco. Al primo piano sono presenti sette camere con bagno non arredate, con capienza massima di tre posti letto l’una. Sarà onere del conduttore sostenere le spese per l’arredamento di queste camere. Al secondo piano sono presenti due grandi camere con 10 posti letto l’una e tre bagni in comune. Vi sono, inoltre, ulteriori spazi attualmente al grezzo, nei quali è prevista la realizzazione di altre sette camere con bagno (per un totale di 16 posti letto), che potranno essere oggetto di completamento a cura del locatario e/o dell’Ente parco, al fine di aumentare la ricettività.

Col completamento di tutte le camere il canone verrà aumentato del 10%. Qualora le spese per le opere di completamento dei lavori siano sostenute in tutto o in parte dal conduttore, tali somme potranno essere imputate conto canoni di locazione. L’immobile è dotato di piattaforma elevatrice a servizio dei piani. Sarà onere del locatore la manutenzione degli spazi esterni, di circa due ettari, con sfalcio o pascolo.

Il canone annuo posto a base di gara per la locazione del Rifugio di Pian dei Ciclamini è di 12.000 euro l’anno.

La durata del contratto, rinnovabile, sarà di sei anni.

A pena di esclusione, le relative manifestazioni d’interesse devono pervenire, secondo le modalità specificate nel bando, entro le 12.00 del 26 aprile 2021 all’Ufficio Protocollo dell’Ente parco naturale delle Prealpi Giulie, sito in piazza del Tiglio, 3 33010 a Resia/Rezija.

Tutte le informazioni sul bando e sulla documentazione necessaria per concorrervi sono disponibili sul sito parcoprealpigiulie.it (Luciano Lister)

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Capuccetto rosso, il lupo e le zone montane

Una certa scuola di pensiero (a volte frettolosamente definita come neo-populista) propone un atteggiamento critico verso ciò che la millenaria cultura occidentale definisce come indiscutibile, ovvero la «legge» – nel senso istituzionale del termine –, e tutto ciò che essa rappresenta; e in particolare tutto ciò che la legge rappresenta sul territorio e sulla configurazione centro-periferia che il territorio «pianificato» e «programmato» assume nei sistemi più evoluti (diciamo, nella nostra Regione, a partire dagli anni ‘60). Di fatto, in certe situazioni, la «legge» diventerebbe, piuttosto che il pilastro sul quale si fonda la stessa idea di sodalizio civile, lo strumento che nuove e vecchie elite centralistiche use- rebbero verso le periferie, cioè verso i popoli che rappresentano. Questi, dal canto loro, alla fine di un ciclo di modernizzazione, ma anche di sviluppo distorto, sarebbero incapaci di districarsi tra «lacci e lacciuoli» di una «cosa pubblica» ormai degenerata in un «lupo» burocratico.

Senza voler fare troppa filosofia, e senza nulla voler concedere a qualsiasi atteggiamento semplificatorio, è evidente che la democrazia matura (di «fine ciclo») tende a essere afflitta da questa «malattia», dalla tendenza cioè a complicare, a rimuovere (piuttosto che a risolvere) i problemi, fino al punto di fare dell’«amministrazione », nel complesso, il volto di una nuova tirannia; che diventa a volte anche l’alibi per non fare nulla, cioè il «lupo» a cui attribuire ogni colpa (la «bolla» burocratica che «divora» qualsiasi energia, qualsiasi iniziativa ecc.). Come fare? Senza amministrazione, senza apparato, senza leggi, ovviamente non si può nulla.

Allo stesso tempo è evidente che i sistemi umani tendono a perdere capacità di rinnovamento, a diventare nel tempo troppo complessi (perché la complessità aumenta in modo esponenziale): devono affrontare sempre nuovi problemi (es. oggi la pandemia, ma anche la rivoluzione tecnologica, le tensioni indotte dalla globalizzazione, un welfare sempre più costoso), che solo il «pubblico» può provare a risolvere.

È un discorso molto ampio, ma che significa molto per la nostra locale e piccola realtà di montagna, come in genere per qualsiasi periferia, sia sul territorio, che nell’economia, sia per la cultura che per le questioni che riguardano l’identità: per la minoranza slovena, in particolare, come per tutte le minoranze, significa rischio di emarginazione, sottosviluppo, spopolamento, e soprattutto significa una frattura (appunto tra centro e periferia) che porta ben presto all’incomunicabilità, eventualmente al conflitto, più spesso all’autodistruzione (è la storia recente degli insediamenti montani in tutta la Regione, a rischio di estinzione). È sufficiente – per parlare solo delle nostre valli – una gita tra Benecia e Tarvisiano, nelle valli del Torre e del Natisone, per rendersi conto di quanto inefficace sia stata la politica degli ultimi decenni: ovunque rovine, paesi spopolati, caserme e capannoni dismessi, grandi superfici in stato di abbandono (a rischio di proliferazione di discariche illegali), infrastrutture inutili o inutilizzate, e anche e ovunque un’insopportabile sensazione di spreco di risorse. Tutto ciò al contrario delle aree limitrofe – basti pensare alle contigue aree montane, a Trentino e Cadore, senza andare oltre confine.

Tutto ciò è dovuto a fattori difficili da comprendere (di tipo culturale, generazione, identitario), ma anche a iniziative sbagliate, e a una serie di errori imperdonabili sia della politica, che della società in genere.

A volte sembra che qui – in particolare – la politica semplicemente giri a vuoto, impegnata in problemi tutto sommato secondari (per es. a ridisegnare la ripartizione geo-amministrativa, tra UTI, ITU, ATO, riverberando le battute di Mario Marenco, una battuta che mi concedo, ma che vale solo per i meno giovani), a destrutturare le riforme realizzate dalle amministrazioni precedenti, a discutere di grandi progetti che si sa già in partenza non saranno realizzati; e, da un altro punto di vista, ad affrontare ristrettezze e carenze nella conduzione quotidiana di comunità sempre più in crisi.

A questo riguardo, lodevole è l’intento di elaborare nuove leggi sulla montagna, che – leggendo le bozze – sembrano rispecchiare una nuova consapevolezza, per cercare di avvicinare la società alle élites; ma forse è giunto il momento di tentare nuove strade. Forse è il momento di cambiare: l’intervento della politica – nella ricerca di qualche cosa di «organico » da programmare e pianificare – rischia ancora una volta di sbagliare, e comunque di produrre qualcosa che non viene percepita come utile dalla popolazione. È evidente che ormai la spesa pubblica – senza che per questo Keynes debba rivoltarsi nella tomba – ha perso in efficacia, così come l’iniziativa pubblica in genere (per motivi che abbiamo altre volte cercato di comprendere). Gli strumenti di cui si avvale appaiono «spuntati», e in altri casi ridondanti o auto-referenziali, a volte semplicemente vani. Un fatto che riguarda sia i servizi essenziali (la conduzione delle attività quotidiana), che le funzioni strategiche della politica.

È evidente che per il trasporto pubblico è necessario elaborare certi standard di accessibilità, fasce ora- rie, itinerari, capacità, e che a volte è meglio distribuire un «coupon» per un taxi locale, piuttosto che far girare corriere sempre vuote: quello che manca è l’abbonamento «all inclusive », che per altre regioni è da tempo prassi normale, un dispositivo integrato tra bus a chiamata, taxi, treno ecc., di semplice fruizione (ma che da noi non si riesce per qualche motivo a ottenere). Così un po’ per tutto: sotto certe soglie diventa tutto troppo complicato, con servizi essenziali che esistono «sulla carta», non sempre nella realtà. Senza negozi di prossimità, pediatra, asili nido (con costi accessibili anche per ISEE di fascia media, è incredibile che nessuno ci pensi), senza neppure osteria, bancomat, pompa di benzina e fermata del bus nessuno resterà nei paesi (nel mio paese hanno chiuso in sequenza negli ultimi anni negozio, posta, asilo, e anche la scuola orgogliosamente intitolata ad Armando Diaz, non solo generale vittorioso sugli austriaci ma anche ministro del Duce, complice della «bonifica etnica » di cui il Duce è stato promotore in quegli anni); infine ha «chiuso» anche la messa domenicale: come si discute tra paesani, speriamo che non chiuda almeno il cimitero (magari chiederanno l’ISEE anche per andare all’altro mondo).

Qualche cosa del genere riguarda anche l’economia. È evidente che senza una politica di filiera – nell’economia del bosco, nelle attività artigianali e commerciali, nelle energie rinnovabili – non è possibile mantenere in loco alcuna economia efficiente, in grado di auto-alimentarsi e di rendersi indipendente da «sussidi» esterni.

Senza una certa economia agraria (dall’orto di casa ai nuovi settori del bio-organico, alle tante straordinarie malghe ormai semi-deserte), le fattorie sono destinate a svuotarsi, così come in genere comunità e insediamenti con una storia millenaria: intere stratificazioni di edificato, di paesaggio, di tradizioni materiali e immateriali, di grande pregio, sono ormai a rischio di degrado irreversibile, così come intere vallate a rischio di desertificazione – una questione che oltre a tutto pone il problema di costi insopportabili per tutta l’amministrazione, visto che il territorio abbandonato rappresenta un costo netto da molti punti di vista.

Un fatto, questo, che rende evidente il carattere obsoleto del principale strumento di cui la politica della montagna degli ultimi decenni (dal 5B in poi, tanto per capirsi, erano proprio i tempi di Mario Marenco e di Alto Gradimento), cioè il «contributo » – altrimenti detto «sussidio», ristoro, sostegno ecc., mito e tabù di un’epoca: uno strumento che, come molte altre «misure», ormai, non riesce che in minima parte a colpire nel segno, che più spesso viene utilizzato troppo tardi, rischiando di rappresentare fondamentalmente uno spreco; e che a volte sembra essere ben presto «preda» di lobby ormai ben infiltrate negli apparti.

Forse è il caso di sfatare il tabù: il «contributo» viene erogato dopo un ciclo di programmazioni, di progettazioni, di controlli (ex post ed ex ante, oltre che «durante», cioè nel periodo in cui viene concretamente utilizzato), finendo spesso per cadere fuori dal bersaglio per il semplice fatto che la realtà, in cui le iniziative economiche devono svolgersi, corre in modo molto più veloce. Si tratta di procedure molto costose, cui si dedica ormai una parte consistente dell’apparato (come si usa dire, ormai sono più quelli che controllano che quelli che lavorano).

Di fatto, secondo alcuni calcoli, il beneficio che il «contributo» produce (il moltiplicatore) per individui, famiglie, imprese, comunità locali, detratte spese di gestione, accessorie, di istruttoria, garanzie, rischio, controlli di merito, di legittimità, e quant’altro, si dimezza, o anche si dissolve del tutto (come evidentemente è successo sino ad ora).

Molte delle spese che lo stesso «contributo» va a coprire sono generate dallo stesso funzionamento amministrativo a scale diverse (locali, regionali, nazionali, comunitarie, «globali»). Di fatto l’impatto che il «contributo» produce si rivela spesso essere nullo.

(Igor Jelen, docente di geografia politica ed economica all’Università di Trieste)

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La leggenda del pesce d’aprile

Trota le caratteristiche e le generalitá del pesce

LA LEGGENDA AQUILEIESE DEL “PESCE D’APRILE

🐠«Il Patriarca Bertrando, che è il vero mito sintetico del Friuli antico, aveva invitato un anno a pranzo il Papa per il giorno di Pasqua. Ma il Papa nel giorno di Pasqua aveva da recarsi in Francia per battezzar la figlia del Re, e fece dire al Beato Bertrando che sarebbe venuto prima. Arrivò per combinazione proprio il primo d’Aprile, ma quel giorno era di Venerdì di quaresima e il pranzo dovette esser di magro. Si fece gran consumo di trote del Natisone e di anguille maranesi, ma disgrazia volle che al Papa, nel mangiare un magnifico pesce, si infiggesse nella gola una spina. Nessuno gliela poteva levare, e dovette mettersi a letto. Si addormentò, e fu già un miracolo, e nel domani, svegliatosi, trovò (e questo fu un miracolo ben maggiore) la spina sopra un bacile. Grato e riconoscente, egli promulgò un decreto, col quale comandava che in tutto il patriarcato di Aquileia non si mangiasse mai pesce il primo d’Aprile, neanche se fosse Venerdì Santo, e il Patriarca regalò la spina, con la quale s’era avverato un portento, alla chiesa della sua fedele Venzone, dove si conserva ancora in un reliquario di gran valore».Chissà se è questa la vera ragione che ha dato vita agli scherzi del primo aprile!Di certo è che essa è una delle tante ipotesi che Giuseppe Pitrè, autore nel 1891 del libro “Il pesce d’aprile”, ci racconta: egli dice che si tratta di una poesia tramandata per generazioni e poi trascritta, all’interno di una miscellanea, da un poeta, un certo Rumtot (questo il suo nome anagrammato), pubblicata per la prima volta all’interno del periodico “Il giornale di Padova” nell’anno 1884.Ex libris

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La storia di Lina e Leda

Lida e Leda – Il prossimo 30 aprile taglieranno l’invidiabile traguardo dei 100 anni. Sono unite da tutta la vita e oggi stanno condividendo la lotta anche contro il virus che le aveva inizialmente divise e soprattutto strappate alla loro quotidianità.

Lida e Leda, la storia delle due gemelle 99enni

È una storia d’amore, di solidarietà che non conosce confini, quella di Lida e Leda Diligenti, 99 anni, sorelle gemelle, ex insegnanti elementari, agguerrite più che mai nella lotta contro il Covid-19 e pronte, come è nell’auspicio delle persone che stanno loro vicino, a spegnere insieme, ancora una volta, la centesima candelina.

A raccontarla è la professoressa Isa Brovedani, ex insegnante di inglese dell’istituto d’istruzione superiore “Il Tagliamento” di Spilimbergo e, soprattutto, da poco in pensione, una delle tante alunne e alunni, che sono state educate da una delle due storiche maestre. “Leda” racconta l’ex prof «è stata la mia maestra elementare dal 1963 al 1967, a Pradis di Sotto, e non ci siamo mai perse di viste, soprattutto negli ultimi vent’anni».

fonte: messaggeroveneto.gelocal.it

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I problemi psicologici derivati dalla pandemia



Articolo da Il Becco

Come un uragano, l’esperienza del Coronavirus ci ha colti alla sprovvista, ci ha travolti lasciando scoperchiate le nostre difese, non solo fisiche e immunitarie, ma anche affettive, psicologiche e sociali.

Probabilmente i nostri nonni, di fronte all’impatto della pandemia, rispetto alle persone più giovani, saranno riusciti a relativizzare meglio quanto accaduto, avendo vissuto la guerra, e in generale conoscendo meglio delle generazioni successive condizioni esistenziali segnate dalla precarietà, dalla povertà e talvolta dalla morte prematura. Nonostante, infatti, gli anziani siano la categoria più vulnerabile e maggiormente colpita dal Covid-19, il sistema economico, sociale e valoriale in cui hanno vissuto, almeno per la prima metà del Novecento, li ha resi probabilmente più temprati e maggiormente preparati alla possibilità di un evento infausto e sicuramente catastrofico.
Fino al boom economico degli anni ’50 e ‘60, infatti, sebbene già tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, secondo alcuni storici, si siano sviluppate le condizioni per la nascita della futura società di massa e del capitalismo globale (che, pur, con tutti i limiti e le storture hanno permesso, almeno in parte , un diffondersi più stratificato di un certo benessere), le condizioni economiche e sociali erano sicuramente più precarie e incerte, tanto che, ad esempio, il tasso di mortalità infantile all’interno di un nucleo familiare era di 347 su mille nati vivi nel 1887, mentre oggi è inferiore a 4[1]. La morte dunque, era considerata parte integrante della vita, qualcosa di endemico che poteva capitare nel corso dell’esistenza. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il boom economico e l’avvento della società di massa, per fortuna, almeno in Italia e in tutto l’Occidente essa è diventata invece un avvento riguardante solamente le persone molto anziane e fragili, mentre intanto crescevano la speranza di vita e di benessere, almeno apparente.

Se da un lato, infatti, le condizioni degli individui sembravano migliorare, dall’altra cominciavano ad affacciarsi altre problematiche indotte da una società liberista portata alle estreme conseguenze: anche dal punto di vista psicologico, un modello di esistenza basato sulla sensazione di invincibilità ed eterna salute ha influito pesantemente sullo stato emotivo delle persone: la morte stessa è sempre state più percepita come un tabù, un fantasma da esorcizzare, al pari di invecchiamento e malattie.
Soprattutto “negli ultimi anni, poi, il messaggio trasmesso dai media, dalla pubblicità, dalla moda, dagli organi di informazione (…) ha monopolisticamente imposto una sola cultura che ha appiattito le differenze politiche, individuali e culturali. Un messaggio più forte di qualsiasi teoria, che ti impone di essere competitivo, ricco, bello, vincente, pena l’esclusione sociale”[2], favorendo situazioni di disagio e malessere profondo; una cultura edonistico-efficientistica così impostata non può infatti che racchiudere in sé situazioni di profonda e reale disperazione ed emarginazione.
Lo “sviluppo senza progresso” denunciato da Pasolini[3] già negli anni ’70 ha portato infatti alle estreme conseguenze l’affermazione di un modello sociale iniquo per cui i soprusi delle categorie dominanti a danni delle classi e dei paesi subalterni hanno riguardato anche l’ambiente, favorendo in questo modo anche la diffusione di virus patogeni[4], con la conseguenza inevitabile che la diffusione capillare di malattie è strettamente connessa al sistema neo-liberistico su cui si fondano gli Stati.

Al di là di questa premessa, che presuppone un ripensamento del nostro modello economico e sociale, è indubbio che la pandemia di Covid-19, per quanto in parte evitabile grazie a un sistema più sostenibile, e probabilmente meno disturbante all’interno di un mondo più “preparato” a riceverla, ci ha indubbiamente travolti e ha cambiato per sempre le nostre esistenze. Sicuramente da marzo 2020 ad oggi niente sarà più come prima, e gli enormi danni che la pandemia ha portato in luce, non solo per quanto riguarda l’inefficienza di un sistema sanitario non adeguato e non pronto a garantire l’assistenza universale come vuole la nostra Costituzione, ma anche per quanto concerne la vita dei singoli, si ripercuotono e si ripercuoteranno per molto tempo sul benessere psicofisico delle persone.
Le misure messe in campo per arginare il Coronavirus, fondate sull’isolamento, la quarantena, e la limitazione dei contatti interpersonali, hanno inevitabilmente provocato e accentuato diverse problematiche di natura psicologica. La rivista The Lancet, punto di riferimento internazionale per la comunità medica, ha pubblicato un’analisi dell’impatto psicologico della quarantena, attraverso studi condotti su persone affette da SARS, Ebola, MERS, Influenza H1N1, per esplorarne i potenziali effetti sulla salute mentale e il benessere psicologico[5]. Lo studio ha preso poi in esame un’indagine svolta sul personale sanitario impegnato nell’emergenza SARS e sottoposto a quarantena: nove giorni dopo la fine della quarantena, i medici e i pazienti analizzati, come ricorda anche la psicologa Francesca Picanza, “riportavano sintomi compatibili con il disturbo acuto da stress, che provoca pensieri intrusivi, incubi, incapacità di provare e mozioni positive e altre reazioni come ansia, irritabilità ed esplosioni di rabbia”[6]

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Fonte: Il Becco

Autore: Chiara Del Corona

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Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 3.0 Italia.

Articolo tratto interamente da Il Becco

Pubblicato in: attualità, minoranza slovena, ricorrenze

(O)lifavica-DOMENICA DELLE PALME

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Chiesa di San Giorgio -Sveti Jurij Bardo-Lusevera

Lusevera-Bardo

Te dan na (O)lifavicu semo šli sousje po olif,tuò ke nu diélajo še nas judje.A zàt semò a neslì ta kišì ,ke potin te stari,kar o paršou hùd timp su a sažgali.Su a sažgali ta-na orade,ta- na zuna (.).(.). Su se žénali kudan ,nič druzaa,niésu gali nič. Su zuoniéli  zuoni ,kar to bo hud tìmp so zuoniéli zuoni :alòre judje su šli po te olif žénani,su daaržali te stari e se tu niésu miéli taa staraa ,su uzéli nu mar taa novaa,ne, ma nu niesu mai sažgali usaa ,zake tu -u kìši o miéu bitì simpri te zénani olif. Kar o mar katéri ke su paršli ženuuat alòre su tu u den bujùt tu -u nu riéč uodu anu olif, ke saka kiša na a miéla.

dal numero unico Zavarh 27 žetnjaka 1997 a cura del Centro ricerche culturali Bardo

Nel giorno della Domenica delle Palme tutti andavamo a prendere l’olivo,ciò che fa ancor oggi la nostra gente. Tutti lo portavano a casa e quello vecchio quando era brutto  tempo veniva bruciato all’aperto nel campo.Con l’olivo ci  si benediva. Quando era brutto tempo suonavano le campane,allora la gente prendeva l’olivo, teneva quello vecchio e se non lo aveva usava un po’ di quello nuovo.Ma non lo bruciava tutto,perchè in casa doveva esserci sempre l’olivo benedetto .

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