Massimiliano d’Asburgo e la moglie Carlotta e  il Castello di Miramare 

Ferdinando Massimiliano d’Asburgo-Lorena era il secondogenito dell’Arciduca Carlo d’ Asburgo -Lorena, e della principessa Sofia di Baviera. Il fratello primogenito Francesco Giuseppe divenne Imperatore, marito della famosissima Elisabetta detta Sissi, e di fatto l’ultimo vero sovrano assoluto europeo per diritto divino fino alla morte.

Massimiliano, nacque a Schonnbrunn a Vienna, con le nomine di Principe Imperiale e Arciduca d’Austria, e Principe Reale di Ungheria e Boemia, era un uomo di particolare intelligenza, amava l’arte e le scienze, in particolare la botanica.

Uomo Intelligente si, ma troppo moderno per i tempi in cui viveva. Intraprese la carriera  militare ed ottenne in breve tempo alti gradi di ufficiale. Mentre svolgeva il servizio militare, contribuì energicamente a creare la flotta marittima dell’impero austriaco, rinnovò il porto di Trieste che a quel tempo apparteneva all’Austria.

Verso la fine dell’anno 1855, rimase affascinato dalla bellezza del promontorio. 

Durante un ballo di corte nel palazzo di Laeken, l’arciduca d’Austria Ferdinando Massimiliano 

incontra la principessa Marie Charlotte di Sassonia-Coburgo-Gotha, figlia minore e unica femmina di Leopoldo I re dei Belgi e della sua seconda moglie Louise Marie d’Orléans..

1856 – 23 DICEMBRE

Massimiliano si fidanza ufficialmente 

Il 27 Luglio 1857 matrimonio con Carlotta  

Pur essendo il Principe Imperiale Arciduca d’ Austria, aveva idee liberali, tanto che il popolo italiano, pur non apprezzando la dominazione austriaca, aveva molta stima e rispetto per Massimiliano.

Divenne vicerè del Lombardo-Veneto nel febbraio del 1857,  si sposò a Bruxelles con Carlotta del Belgio e raggiunse Milano nel settembre del 1857. Era un’innovatore, cercava di portare clemenza, dopo il duro dominio di Radesky sulla popolazione. Come governatore generale della regione cercò invano di agevolare le popolazioni locali, con iniziative politiche che avrebbero consentito di avere molta più autonomia a livello  amministrativo.

Tali interventi venivano sempre sminuiti dai consiglieri di corte, ma anche dalla volontà stessa del re, che non intendeva lasciare spazio al fratello minore 

Massimiliano, venne più volte ripreso e umiliato dall’ imperatore  che infine lo destituì il 19 aprile del 1859

Cavour, che voleva sconfiggere la dominazione austriaca stupulò un accordo con Napoleone III per annettere la Lombardia al Regno di Sardegna e in un futuro unificare l’Italia dividendola in quattro confederazioni.  Camillo Benso Conte di Cavour vedeva in Massimiliano un nemico, tanto che quando venne destituito  scrisse:

 “Finalmente possiamo respirare, è stato destituito l’uomo che temevamo di più, di cui ogni giorno dovevamo registrare i progressi e che costituiva il nostro peggior nemico in Lombardia. La sua tenacia, la sua lealtà e il suo spirito liberale avevano già guadagnato la fiducia di molti dei nostri sostenitori.

La Lombardia sotto l’amministrazione di Massimiliano  non era mai stata così prospera e ben amministrata. Poi, grazie a Dio ,il caro governo viennese interviene e,con le sue consuete maniere, riesce a buttare all’aria ogni cosa e rinuncia alla sua unica possibilità, richiamando il fratello dell’Imperatore, solo perché le sue sagge riforme hanno dato fastidio ai vecchi intransigenti di Vienna…nulla, così è perduto e la Lombardia è di nuovo a nostra disposizione”.

Due giorni dopo la destituzione di Massimiliano ,come Vicerè, l’Impero austriaco e il Regno di Sardegna entrarono  in guerra. 

Il Castello di Miramare

Partendo da una zona in gran parte spoglia, Massimiliano  ha commissionato un parco, che  avesse potuto essere percorso a piedi: un luogo privato, un luogo che gli avrebbe permesso  di sviluppare la sua passione per la botanica. Il progetto venne affidato all’architetto Carl Junkers, e al giardiniere boemo Anton Jelinek, furono importati grandi quantitativi di terra fertile e numerose varietà di  alberi e arbusti moltissime provenivano da zone extraeuropee, Massimiliano e Carlotta  pur essendo residenti  a Milano, seguivano costantemente i lavori a Miramare. Massimiliano era un’uomo di mare, amava il mare e la botanica la natura.

IL 20 aprile 1859 Massimiliano si trasferisce a Trieste, si ritira dalla vita politica, dalle guerre, dagli intrighi e dai disegni dell’impero di suo fratello.

Massimiliano e Carlotta, che si erano sposati per vero amore e non per impegni nobiliari dal 1859 al 1860 risiedettero in uno egli edifici fatti costruire all’interno del parco, nel castelletto, furono  anni spensierati.

Trascorrevano in modo tranquillo le loro giornate passeggiando in riva al mare o nel parco del castello, erano entrambi amanti della musica, della pittura, di cultura generale e di botanica.

Carlotta  stessa realizzava vedute molte delle quali oggi si trovano proprio nelle sale del Castello di Miramare. 


L’edificazione del castello, però era molto costosa, considerando che il materiale, proveniva in gran parte dall’estero per questo motivo, dopo un paio d’anni dall’inizio dei lavori, Massimiliano decise di eliminare il secondo piano, l’edificio si divideva in tre parti distinte: il piano terra con gli appartamenti arciducali, il primo caratterizzato dagli ambienti di rappresentanza e il cosiddetto “mezzanin” destinato alla servitù.

La  prima pietra del Castello venne posata il 1° marzo 1856. Il 24 dicembre del 1860, la Vigilia di  Natale Massimiliano e  Carlotta del Belgio, prendono alloggio al pianoterra dell’edificio, gli esterni  sono del tutto completati, mentre gli interni sono arredati solo in parte,  il primo piano è ancora in fase di allestimento.

Il pianoterra, era  destinato agli appartamenti privati di Massimiliano e Carlotta, in effetti visitandolo da la sensazione di intimo e familiare, il primo piano  veniva utilizzato per la rappresentanza,  era riservato agli ospiti i quali rimanevano veramente affascinati e stupiti e forse  abbagliati da quanto fosse sontuoso e delicato allo stesso tempo, rispettoso degli stemmi e dei simboli imperiali. 

Il progetto della scala interna  è stato realizzato in modo da poter vedere il mare da entrambi i lati attraverso le grandi vetrate, la sala da pranzo è stata denominata Scala dei Gabbiani perché nel soffitto a cassettoni sono dipinti grandi uccelli, la tappezzeria nelle stanze dedicate a Massimiliano ha il simbolo dell’ ancora sormontata da una corona, ed  il simbolo dell’ananas, sulla tappezzeria, sulla stoffa delle poltroncine, molti sono i trofei di caccia, armature  che Massimiliano aveva portato dall’India, dalla Cina e dal Giappone durante il giro del mondo che fece con la fregata Novara. .

Nel 1857 sono  state realizzate anche altre costruzioni presenti nel parco: lo avrebbero completato, alcune fontane e sculture varie. La fontana detta “del Tritone”, realizzata dalla ditta tedesca “Thonwaaren-Fabrik” di Ernst era stata presentata a Londra nel 1851; la statua dell’“Amazzone a cavallo”, acquistata dall’arciduca nel 1862, faceva invece parte della produzione di August Kiss.

 Carlotta però, è una donna ambiziosa, gelosa della cognata Sissi, che oltre ad essere la  moglie di Francesco Giuseppe e imperatrice d’Austria,  aveva con Massimiliano un buonissimo rapporto e condivisione di ideali.Visita di Sissi a Miramare

Dunque la vita a Trieste non soddisfa pienamente Carlotta, che briga e ribriga, finché convince il marito a ricevere una delegazione di nobili messicani che offrono a Massimiliano  la corona di Imperatore del Messico.

Di primo acchito Massimiliano non accetta, ma poi le insistenze della moglie, l’intervento   di Napoleone III lo convincono ad accettare

Dal Castello di Miramare salpa il 14 aprile 1864 a bordo della fregata “Novara”, insieme alla moglie. All’interno del castello si trova un grande dipinto che racconta la partenza. 

La situazione che Massimiliano trova, una volta raggiunto il Messico,  non è certo quella che gli era stata raccontata e sicuramente, non è quella che i due coniugi avrebbero desiderato, era già in atto una guerra di rivoluzione. I messicani volevano la Repubblica, non un imperatore per’ altro austriaco.

I repubblicani messicani, contrari alla dominazione imperiale, resistettero anche  grazie  agli aiuti di armi da parte dell’America, Napoleone III decise di  ritirare le proprie truppe, lasciando solo Massimiliano.

 Carlotta raggiuse l’Europa cercando di trovare aiuti, ma nessuno stato europeo si sarebbe messo contro l’America, non riuscì portare a termine la propria missione, si dice che avesse avuto un crollo nervoso. 

Massimiliano venne catturato e condannato alla fucilazione, molti reali europei e personaggi importanti come Giuseppe Garibaldi, Victor Hugo, scrissero lettere in Messico chiedendo  gli fosse risparmiata la vita, niente di tutto questo ottenne dei risultati.

 Il 19 giugno 1867 Massimiliano e i suoi generali di fiducia vennero fucilati, il corpo di Massimiliano fu poi imbalsamato esposto in Messico, solo l’anno successivo tornò a Trieste, e poi raggiunse Vienna dove venne sepolto nella cripta Imperiale. 

Carlotta per un po’ di tempo visse nel castelletto a Trieste, poi venne riportata in Belgio dal fratello, visse nel Castello di Bouchout a Meise sino alla morte  il 19 gennaio 1927, si dice che fosse impazzita dal dolore.

Il Pittore  Edouard Manet, riteneva che Massimiliano fosse stato abbandonato dalle potenze europee e tradito da Napoleone III tanto che ritrasse ben 4 tele con questo soggetto la più conosciuta è ” l’esecuzione dell’Imperatore Massimiliano, il plotone di esecuzione nella tela ha la divisa dell’esercito francese e uno degli ufficiali ha il volto molto simile a quello di Napoleone III.

L’AZIONISTA GASTONE VALENTE “ENEA” 1913-1945 – MEDAGLIA D’ARGENTO AL V.M. — Storia Storie Pordenone

E’ tempo che la memoria di Gastone Valente venga sottratta all’oblio che lentamente ed inevitabilmente sta calando, col passare del tempo, su uomini ed eventi della Resistenza. Nel 1940 Gastone fu chiamato a prestare il servizio militare, e dopo il corso allievi ufficiali, divenne sottotenente degli autieri. Era in servizio a Napoli, dove nel 1941 […]

L’AZIONISTA GASTONE VALENTE “ENEA” 1913-1945 – MEDAGLIA D’ARGENTO AL V.M. — Storia Storie Pordenone

Fascismo eterno? Il memoriale agli squadristi fucilati ad Oderzo ed al Ponte della Priula — Storia Storie Pordenone

Vedo il cartello con la coda dell’occhio, al termine di una calda giornata agostana, e scatta qualcosa che mi induce ad andare a controllare. Sarà la grafica, sarà il luogo, […]

Fascismo eterno? Il memoriale agli squadristi fucilati ad Oderzo ed al Ponte della Priula — Storia Storie Pordenone

La partigiana Gabriella

I NAZISTI TOLSERO GLI OCCHI, SQUARCIARONO IL VENTRE E TAGLIARONO I SENI ALLA PARTIGIANA GABRIELLA DEGLI ESPOSTI MENTRE ERA INCINTA. IN SUA MEMORIA TANTE DONNE SI UNIRONO ALLA RESISTENZA E FORMARONO UN DISTACCAMENTO COMBATTENTE TUTTO FEMMINILE

“Io, urlando, mi rivolsi a lei. Le chiesi: Mamma, cosa devo fare? Nulla! – rispose lei -. Non ti preoccupare. Penso a tutto io. E con un sorriso dolce mi mandò un bacio mentre i suoi aguzzini me la portavano via per sempre.”Così Savina ricorda le ultime parole che le rivolse sua madre mentre le SS guidate dall’ufficiale Schiffmann la trascinavano via da casa. Era il 13 dicembre 1944.Gabriella Degli Esposti prima di essere fermata dentro la sua abitazione era riuscita ad avvisare i partigiani della zona della retata in corso. Già tra le mura domestiche, nonostante fosse incinta, i nazisti l’avevano percossa con violenza davanti alla figlia affinché denunciasse l’ubicazione dei suoi compagni.Nello stesso giorno poi la portarono a Castelfranco, dove fu identificata da alcune spie fasciste e torturata per giorni. Ma “Balella”, questo il suo nome di battaglia, non cedette. E così il 17 i nazisti la condussero a San Cesario, sul letto del fiume Panaro, la seviziarono e l’ammazzarono. Le strapparono i capelli, le tolsero gli occhi, le squarciarono il ventre e le tagliarono i seni. Difficile dire cosa avvenne prima e cosa dopo la fucilazione. Il suo corpo e quello di altri nove compagni, ormai in decomposizione, vennero ritrovati giorni dopo. Li riconobbero solo grazie agli abiti che indossavano.Era sempre stata antifascista Balella, così come suo marito Bruno Reverberi. Lei contadina e lui cascinaio, non avevano esitato al momento opportuno a trasformare la propria casa in una base della Resistenza nel modenese. Gabriella, attivissima, aveva partecipato in prima linea tanto agli scioperi contro la guerra e per il pane svoltisi a Castelfranco nell’estate del 1943, quanto alla formazioni dei Gruppi di Difesa della donna, un’organizzazione prettamente femminile che operava nell’ambito della guerra partigiana. Sempre in prima linea nel fornire supporto e assistenza ai compagni, aveva continuato ad operare incessantemente nonostante la gravidanza e sebbene la morsa degli occupanti si stringesse sempre più intorno alla sua figura.Fu proprio la generosità e il coraggio di Balella a motivare tante donne nella zona di Modena ad aderire alla Resistenza. E in sua memoria nacque il distaccamento Gabriella Degli Esposti, forse l’unico composto esclusivamente da combattenti donne di tutta la storia partigiana italiana, distaccamento operativo nella provincia modenese che partecipò attivamente a varie azioni fino alla Liberazione.La storia di Gabriella la abbiamo raccontata anche in Partigiani Contro. Lo trovate qui:https://bit.ly/3e5dypW

LA STRAGE DI TORLANO

Torlano Comune di Nimis

Oggi Torlano ha rievocato la tragica pagina di storia della sua comunità, risalente alla Seconda Guerra mondiale. 

Era infatti il 25 agosto 1944 quando, all’alba, si scatenò la feroce rappresaglia nazifascista quale reazione all’intensa attività partigiana nel paese e nel territorio circostante, specialmente montano, del Comune di Nimis.

 L’azione fu infatti decisa dal Comando superiore delle SS di Trieste ed è ricordata come una delle pagine più orribili dell’ultimo conflitto, il cui fascicolo, come quello di altre stragi compiute sul suolo nazionale, finì nel cosiddetto “Armadio della vergogna”. 

Trentatrè, come detto, le vittime innocenti, fra cui appunto donne e bambini: 24 di Torlano e 9 di Ramandolo. Una famiglia molto numerosa originaria della citata Portogruaro fu quasi del tutto sterminata da quello che è passato alla storia come il “boia di Colonia”.

Secondo gli ordini impartiti dalle autorità naziste, quale rappresaglia alla uccisione di un ufficiale tedesco, quella mattina di agosto doveva scorrere il sangue di quaranta persone del luogo, scelte a caso senza badare se fossero uomini, mamme o bimbi. Sette riuscirono a mettersi in salvo per cui le vittime, come detto, furono trentatrè, tra cui appunto intere famiglie. E la più duramente colpita fu proprio quella dei De Bortoli, mezzadri sfrattati dalla loro terra e giunti sotto il monte Plaiul in cerca di un po’ di fortuna: in nove furono barbaramente uccisi. Ma uno dei figli Paolo, che aveva sette anni (è scomparso ottantunenne tre anni fa), riuscì a salvarsi, protetto dal corpo della madre, e a farsi una vita, nonostante il tremendo trauma psicologico subito, come pure la sorella Gina, tredicenne, che riuscì a fuggire, sebbene avesse riportato gravissime ustioni causate dai vestiti avvolti dal fuoco. Nove martiri, insomma, soltanto in casa De Bortoli, mentre le altre persone trucidate appartenevano alle famiglie Comelli, Dri e Vizzutti, cognomi fra i più diffusi nella frazione di Nimis.

Il sacello-monumento dinanzi al quale si terrà è tenuta la commemorazione ufficiale custodisce i resti di quelle povere vittime che tre anni dopo l’Eccidio furono raccolti in cinque bare, solennemente tumulate nel cimitero del paese, lasciando la fossa comune di Torlano Inferiore perché proprio là fu consumata la strage del 25 agosto 1944. Sinistra premessa di quanto sarebbe accaduto poco più di un mese più tardi a Nimis capoluogo che il 29 settembre fu interamente dato alle fiamme.

—^—

In copertina, il sacello che custodisce i resti delle 33 vittime: all’interno, la lastra di marmo con i loro nomida 

da fb

La ‘questione di Trieste’ nel dopoguerra raccontata con i documenti degli archivi jugoslavi

Un argomento su cui esiste una vasta letterattura e che è stato sviscerato da storici e, non di rado ancora oggi, strumentalizzato dalla politica. Eppure il libro di Federico Tenca Montini, ‘La Jugoslavia e la questione di Trieste 1945 – 1954’ (ed. il Mulino), ha un merito unico: la divulgazione – con rigore storico – dei documenti della parte, allora, jugoslava, oggi conservati nelle capitali degli stati nati dopo la dissoluzione della Federazione, a Lubiana, Belgrado e Zagabria.
Il volume, uscito ad ottobre 2020 e di recente tradotto anche in croato, ora che le norme e la situazione epidemiologica lo consentono, è stato presentato a Udine alla Caserma Osoppo lo scorso 30 giugno, a Gorizia al Kulturni dom il 3 luglio e a Cividale nel salone della Somsi il successivo 7 luglio. Gli incontri sono stati organizzati dalle rispettive sezioni Anpi di Udine, Gorizia e Cividale. A Udine Tenca Montini ha dialogato con Carlo Baldassi (Anpi ‘Città di Udine’) e Andrea Zannini (Istituto friulano per la storia del Movimento di liberazione). A Gorizia con Jože Pirjevec, docente di Storia contemporanea e autore della prefazione del libro, che però non ha potuto partecipare all’evento di Cividale.
Grazie al lungo lavoro di ricerca negli archivi – fra palazzi governativi, caserme dismesse e addirittura cantine private – Tenca Montini analizzando carteggi, note e corrispondenza diplomatiche, individua tre momenti chiave che hanno caratterizzato la definizione attuale del confine orientale dell’Italia: la fine della guerra e la corsa a Trieste dei partigiani jugoslavi, la cacciata del partito comunista Jugoslavo dal Cominform che succede di pochi mesi le elezioni politiche in Italia nel 1948 e la Nota bipartita di inglesi e americani dell’8 ottobre 1953 con cui gli alleati annunciavano la cessione della zona A del Territorio libero di Trieste (che comprendeva la città e il porto) all’Italia. Preludio a quello che solo un anno dopo (il 5 ottobre 1954) fu l’accordo raggiunto con il Memorandum di Londra che sancì, di fatto, la fine della questione di Trieste.

La questione di Trieste e la Slavia Friulana
Nel libro, Tenca Montini – ne ha parlato a Cividale – accenna anche alle vicende che, fra il 1945 e il 1946, interessarono le vallate a ridosso del confine della ex provincia di Udine. La Jugoslavia, che aveva respinto ‘da sola’ l’invasione nazifascista, a fine guerra avanzava rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Italia sconfitta. Vennero quindi organizzati alcuni sopralluoghi nei territori di confine della ‘Commissione interalleata’ al fine di individuare quale fosse la lingua parlata dalle popolazioni autoctone. Visite in cui ciascuna delle due parti tentò di influenzare l’opinione dei commissari. Nel libro sono citate le visite a Savogna e Lusevera in cui ‘le autorità locali’ sostennero contro ogni evidenza che non ci fossero abitanti di lingua slovena. Circostanza poi smentita dai fatti durante le visite, visto che i commissari russi riuscirono a scambiare qualche parola con gli abitanti del posto inferendo che fossero sloveni stante l’affinità fra le due lingue.
In ogni caso la Jugoslavia abbandonò presto le pretese sul Friuli: ha sostenuto Tenca Montini che con ogni probabilità almeno alcune di queste fossero solo un tentativo di ‘rilancio’ per aggiudicarsi la posta che consideravano più preziosa, quella di Trieste. La situazione in quella zona venne momentaneamente congelata con l’Istituzione del Territorio Libero, diviso in zona A con amministrazione angloamericana e zona B sotto l’influenza jugoslava.

La rottura fra Tito e Stalin
Lo scacchiere mutò radicalmente una prima volta con la rottura fra Tito e Stalin consumatasi alla riunione del Cominform di Bucarest il 28 giugno 1948. Solo pochi mesi prima, in vista delle elezioni italiane del 18 e 19 aprile, inglesi e americani erano intervenuti anche sulla questione di Trieste: per favorire la DC contro il blocco del Fronte popolare di comunisti e socialisti (la cui vittoria avrebbe sancito una crisi internazionale nel sistema della guerra fredda) promisero l’annessione di tutto il TLT all’Italia. Dopo la rottura fra Tito e Stalin “si pentirono subito della promessa” (le parole di Pirjevec a Gorizia), visto che la frattura in seno al blocco socialista faceva diventare la Jugoslavia un alleato di fatto del patto atlantico. Rottura le cui cause – secondo quanto ha affermato Tenca Montini a Udine – sono da ricercare nel sostegno militare che gli jugoslavi stavano dando alla resistenza comunista in Grecia. La vittoria dei partigiani greci, infatti, avrebbe minato alla radice gli accordi di Jalta e la spartizione dell’Europa che Stalin aveva tutto l’interesse a difendere.
In questo nuovo quadro la Jugoslavia tentò una mediazione perché si attivasse ‘a modo suo’ (cioè sotto il controllo dell’esercito Jugoslavo) il TLT. Era il periodo in cui molti credettero all’idea di una ‘Montecarlo’ nell’Adriatico, alcuni si trasferirono a Trieste e fecero anche fortuna. Se non altro, ha affermato Tenca Montini, “con bische e bordelli”.

‘Vola colomba’, Trieste ceduta all’Italia
Tuttavia, dopo la batosta della rottura con l’Urss che generò profonda preoccupazione nei vertici del partito comunista jugoslavo, le mire della Federazione su Trieste si spensero definitivamente con la Nota bipartita. Accolta come un vero e proprio dramma sia dalla diplomazia, che si trovò spiazzata dalla decisione unilaterale alleata, sia dalla popolazione. Celebri le sassaiole con cui all’indomani della diffusione della notizia, i cittadini di Belgrado colpirono le sedi diplomatiche straniere in città.
Celeberrima, dall’altro lato, la canzone ‘Vola colomba’, che con un testo esplicito sul ritorno di Trieste all’Italia (Vorrei volar laggiù dov’è il mio amor/Che inginocchiata a San Giusto/Prega con l’animo mesto/Fa che il mio amore torni, ma torni presto) Nilla Pizzi vinse il Festival di San Remo già nel 1952 anticipando il contenuto della Nota.
A quel punto, con Trieste italiana, il realismo della diplomazia Jugoslava portò piuttosto velocemente al Memorandum di Londra. Che rispetto alla divisione fra territori A e B cedeva alla Jugoslavia una piccolissima porzione di territorio e un cospicuo finanziamento per la costruzione di un porto che è oggi quello di Capodistria. Oltre ad alcune specifiche disposizioni a tutela del ‘gruppo etnico jugoslavo’, la minoranza linguistica slovena, che si ritrovava nella zona amministrata dall’Italia. La tutela della minoranza linguistica della provincia di Udine, invece, sappiamo, arrivò solo nel 2001.https://novimatajur.it/attualita/la-questione-di-trieste-nel-dopoguerra-raccontata-con-i-documenti-degli-archivi-jugoslavi.html

I fucilati di Cercivento

I fucilati di Cercivento, una storia che va ricordata

Il caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis,25 anni di Paluzza, il caporale Basilio Matiz, 22 anni di Timau, il caporale Giovan Battista Corradazzi 23 di Forni di Sopra e il soldato Angelo Massaro 22 di Maniago dell’VIII Reggimento alpini appartenenti alla 109.ma Compagnia del Battaglione ‘Monte Arvenis’, i fucilati di Cercivento, i fusilâz di Çurçuvint in friulano, vennero uccisi all’alba del primo luglio del 1916, con la faccia rivolta al nemico, davanti al muro di cinta del cimitero di Cercivento, Udine. Alpini appartenenti alla 109.ma Compagnia del Battaglione ‘Monte Arvenis’, si erano opposti al comando del loro capitano di uscire in avanscoperta sul monte Cellon richiedendo l’ausilio dell’artiglieria e di agire di notte e accusati dal proprio Comandante di Compagnia, il capitano Armando Ciofi e il suo vice tenente Pietro Pasinetti, d’insubordinazione e ribellione .In base all’articolo 114 del codice penale militare: rivolta in faccia al nemico, per quattro Alpini le accuse del tribunale si commutarono in condanne a morte, per altri ventinove a 145 anni di carcere complessivi e per i rimanenti militari in assoluzioni.

Ne ha scritto Paolo Rumiz in un articolo del 31 ottobre 2014 pubblicato sull’Espresso:

Quella di Cercivento è una storia che riassume le altre. È il giugno del ’16. Gli austriaci stanno sfondando su Vicenza con la Strafexpedition. Nella zona del Monte Coglians c’è il battaglione alpini Tolmezzo, considerato infido dagli ufficiali “forestieri” per via dei cognomi mezzi tedeschi dei carnici arruolati e dei tanti di essi che hanno lavorato da emigranti in terra d’Austria. Hanno una perfetta conoscenza del terreno, ma gli alti comandi non si fidano a sfruttarla e insistono a ordinare azioni suicide. Quando viene deciso un attacco alle rocce della cima Cellon in pieno giorno e senza supporto di artiglieria, alcuni soldati suggeriscono di compiere l’assalto col favore della notte. È quanto basta perché il comandante, un napoletano di nome Armando Ciofi, coperto dal tenente generale Michele Salazar, comandante della 26ª divisione, gridi alla “rivolta in faccia al nemico” e ordini la corte marziale. Il processo si svolge di notte, in una cornice lugubre, nella chiesa che il prete di Cercivento, terrorizzato, è obbligato a desacralizzare. Sul processo incombono le circolari Cadorna, che chiedono “severa repressione”, diffidano da sentenze che si discostino “dalle richieste dell’accusa” e ricordano il “sacro potere ” degli ufficiali di passare subito per le armi “recalcitranti e vigliacchi”. Gli accusati sono decine, e ciascuno ha nove minuti per l’autodifesa. Un’ora prima dell’alba, la sentenza. Quattro condanne alla fucilazione. Tutti carnici: Giambattista Corradazzi, Silvio Gaetano Ortis, Basilio Matiz e Angelo Massaro, emigrante in Germania che ha scelto di rientrare “per servire la patria”. Mentre lo portano via grida: “Ecco il ringraziamento per quanto abbiamo fatto”. Il prete, don Zuliani, confessa i morituri. È sconvolto, propone inutilmente di sostituirsi ai soldati davanti al plotone. Dopo, non vorrà più rientrare nella chiesa “maledetta ” e diverrà balbuziente a vita. La prima scarica uccide tre condannati, solo Matiz è ferito e si contorce urlando. Lo rimettono sulla sedia. Nuova scarica e non basta ancora. Perché sia finita ci vogliono tre colpi di pistola alla testa.

Un docufilm “Cercivento, una storia che va raccontata”, realizzato dalla Regione FVG con il Comune di Cercivento, ricostruisce la fucilazione dei 4 alpini, la cui presentazione e prima proiezione è avvenuta lo scorso 25 maggio a Tolmezzo. Il documentario é stato proiettato lo scorso 16 luglio a Roma, nella sala Caduti di Nassirya del senato. Organizzatrice è stata la senatrice Tatjana Rojc che poco prima aveva dichiarato a Friuli sera: “Sono orgogliosa di contribuire a presentare al Senato un capitolo della nostra storia più dolente, vissuta sulla terra del Friuli Venezia Giulia durante la Grande Guerra. Il disegno di legge per la restituzione dell’onore ai cosiddetti ‘fusilaz’ di Cercivento è il pagamento di un debito ancora sospeso, per le vite strappate a giovani ingiustamente accusati di viltà”.
Il link con il trailer del documentario è il seguente:
https://www.youtube.com/watch?v=2Y2iQQZtjC0

La senatrice triestina Rojc è prima firmataria del ddl “Disposizioni per la riabilitazione storica degli appartenenti alle Forze Armate italiane condannati alla fucilazione dai tribunali militari di guerra nel corso della Prima Guerra mondiale”. Il documento, chiede all’art. 1: “la restituzione dell’onore agli appartenenti alle Forze armate italiane che, nel corso della Prima Guerra mondiale, vennero fucilati senza le garanzie del giusto processo, con sentenze emesse dai tribunali di guerra” e promuove “il recupero della memoria” di tali caduti e in particolare iniziative di “ricerca storica volta alla ricostruzione delle drammatiche vicende del primo conflitto mondiale con specifico riferimento ai tragici episodi dei militari condannati alla pena capitale”.

https://www.pressenza.com/it/2019/11/i-fucilati-di-cercivento-una-storia-che-va-ricordata/

GIACOMO MATTEOTTI

MATTEOTTI , 10 GIUGNO 1924″

Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai.Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.”Era il 30 maggio 1924 quando Matteotti denunciò alla Camera i brogli elettorali di Mussolini e dei suoi fascisti.Il 10 giugno, Matteotti fu rapito e ucciso nella campagna a pochi chilometri da Roma.Il corpo di Matteotti venne ritrovato solamente il 16 agosto del 1924 dal cane di un brigadiere in licenza, Ovidio Caratelli. Mussolini ( infame!!!!!) ordina al ministro degli Interni Luigi Federzoni di preparare imponenti funerali da tenersi però a Fratta Polesine, città natale di Matteotti, in modo da tenerli lontani dall’attenzione dell’opinione pubblica. La vedova Velia Titta Matteotti , a suon di VOGLIO E CHIEDO , scrive a Federzoni chiedendo che al funerale non fossero presenti esponenti del PNF e della Milizia fascista.Queste le sue coraggiose e nobili parole. Parole che vanno onorate.”Chiedo che nessuna rappresentanza della Milizia fascista sia di scorta al treno: nessun milite fascista di qualunque grado o carica comparisca, nemmeno sotto forma di funzionario di servizio. Chiedo che nessuna camicia nera si mostri davanti al feretro e ai miei occhi durante tutto il viaggio, né a Fratta Polesine, fino a tanto che la salma sarà sepolta. Voglio viaggiare come semplice cittadina, che compie il suo dovere per poter esigere i suoi diritti; indi, nessuna vettura-salon, nessun scompartimento riservato, nessuna agevolazione o privilegio; ma nessuna disposizione per modificare il percorso del treno quale risulta dall’orario di dominio pubblico.Se ragioni di ordine pubblico impongono un servizio d’ordine, sia esso affidato solamente a soldati d’Italia (Corriere della Sera, 20 agosto 1924).Giacomo e Velia ( 12 anni di vita insieme, fra fidanzamento e matrimonio)

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 2 persone

Crimini vissuti come scampagnate

«Gli italiani sono abbastanza maturi per affrontare il buio dei crimini passati?». Così inizia l’articolo di Simonetta Fiori su «la Repubblica » del 2 aprile, dal titolo «Quando gli italiani erano cattiva gente». A giudicare dalle azioni e reazioni al «Giorno del ricordo» del 10 febbraio, con la retorica delle foibe, risponderei di no.

Sarà forse dirompente l’azione di pura e semplice ricerca storica che è comparsa sui social il 6 aprile con il significativo titolo «A ferro e fuoco. L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-43». Chiunque abbia l’interesse di informarsi in tal proposito non ha che da pigiare i tasti del computer o del cellulare in sequenza:www.occupazioneitalianajugoslavia41- 43. Non vi mancano strumenti per valutare la «bontà» dell’esercito fascista italiano.

Io, leggendo, osservando le immagini documentali, i resoconti incontrovertibili, ascoltando le testimonianze di persone sicuramente non di parte, ho avuto un senso di smarrimento. Mia moglie, guardandomi seduto a tavola mi ha chiesto turbata: cos’hai? Quello che mi ha sconvolto è stata la naturalezza, quasi divertimento con cui eccidi, distruzioni, fucilazioni di civili innocenti, vecchi e bambini, rastrellamenti, internamenti, incendi, e quant’altro, sono stati perpetrati dai nostri soldati.

D’altronde lo stesso Duce, Mussolini, dichiarava nel luglio del 1942: «Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta». E nel 1943 così si rivolgeva ai soldati: «So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori». Così il delitto, con la certezza non solo dell’impunibilità, ma addirittura dell’encomio, diveniva un dovere, un mandato, un obbligo. Magari salvare gli animali, ma non le persone. Colpa dei soldati, quindi?

Lascio il giudizio alle singole coscienze, ma indigna che nessuno dei criminali al comando, tranne Mussolini, giustiziato dopo la cattura, subì un processo e pagò il fio dei propri efferati crimini. Bravi, buoni gli italiani! Dopo la guerra usarono ogni mezzo per giustificare le proprie atrocità attribuendole ai partigiani, alle popolazioni aggredite che cercavano di difendersi e resistere.

Da lì è sorta la grande mistificazione: nascondere, contraffare, sminuire, giustificare; da carnefice farsi vittima, fermare con ogni mezzo i percorsi della giustizia. Nessuna Norimberga per criminali come il generale Roatta, quello del «qui si ammazza troppo poco!». Imponeva: «Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula “dente per dente” bensì da quella “testa per dente”» che poi si risolveva nella pratica quotidiana semplicemente nello sterminio di “ogni partigiano” e con lui di tutte le persone della famiglia e quanti fossero nelle vicinanze.

«Cara sorella, (…). Questi comunisti li prendiamo mentre dormono, li disarmiamo e portiamo via; abbiamo preso loro tutto il pollame, ed oggi il comandante ci ha preparato un bel rancio con tutti i polli che abbiamo rapinato per le case…». «Li lasciamo con quei pochi stracci che hanno addosso, tutto il resto è nostra preda.Dapprima catturiamo gli uomini, le pecore, le vacche, il pollame che ce n’è tanto! Poi andiamo a saccheggiare le case e ci prendiamo tutto quello che possiamo portarci sulle spalle, infine concludiamo la pagliacciata appiccando il fuoco alle case; ma noi delle compagnie mortai non abbiamo fortuna perché stiamo sempre dietro e ci resta poco. (…). Provo un rimorso a vedere questi miseri bambini che piangono. Poveri bambini, sono rimasti nudi, senza pane, me ne dispiace, ma qui ci sono i militi fascisti che non si fermano davanti a nulla, sono come la grandine» (Lettera di un soldato 25 nov. 1941… e siamo ancora all’inizio!).

Testimonianze come queste, e non è certo l’unica, che raccontano misfatti incredibili come fossero allegre scampagnate, danno il senso macabro di quella occupazione militare. No, non si può dimenticare. Non si deve. Per un senso di giustizia storica. Evidenziare, da parte italiana, solo le feroci reazioni di coloro che quei misfatti dell’esercito italiano li subivano è diventato un’arte mistificatoria ancor prima che la carneficina finisse. Purtroppo, ripeto, nessuno dei gerarchi fascisti pagò per essi e tutto fu fatto dalla politica ed anche dalla magistratura italiana per spacciarsi da carnefici a vittime. Da che parte fu più esecrabile la pulizia etnica se guardiamo anche solo ai campi di concentramento di Arbe o Gonars e di tutti i Campi del Duce?

Vorrei che almeno i più onesti cittadini italiani dedicassero del tempo per entrare nel disperato mondo aperto, finalmente, nelle pagine del sito internet citato sopra. Lì potrebbe comprendere il processo di rimozione operato dalla politica italiana da 80 anni a questa parte.

In conclusione potrei citare Beppe Grillo: «Si dovrebbe, per legge, vietare ai politici di occuparsi della storia». Così fosse, la retorica del Giorno del ricordo avrebbe un senso, perché la storia va data in mano a chi ricerca la Verità.

Riccardo Ruttar

Ritrovamento di rilevanza storica-archeologica a Grado

A Grado riemergono le scalinate del vecchio porto

Eccezionale ritrovamento di rilevanza storica-archeologica a Grado.

Ad annunciarlo il sindaco, Dario Raugna, su Facebook.

“Nel corso delle lavorazioni nei pressi di piazza Marinai d’Italia – ha annunciato il primo cittadino – è stato ritrovato un manufatto di interesse archeologico: l’area è stata messa in sicurezza ed è stato programmato un sopralluogo da parte della Sovrintendenza questo giovedì, dopodichè avremo contezza sul proseguo dei lavori e sul ripristino della viabilità a doppio senso di marcia”.
Cosa è riemerso durante i lavori? I resti dell’antico porto di Grado, risalenti all’Ottocento.
“Si tratta di sei file di gradini in pietra con andamento parallelo al fronte del porto – spiega Raugna -, a circa un metro di profondità rispetto all’attuale piano stradale e per circa sei metri di lunghezza. Probabilmente, secondo i primi rilievi, la struttura risale alla realizzazione del porto nel corso dell’Ottocento”. https://www.ilfriuli.it/articolo/cronaca/a-grado-riemergono-le-scalinate-del-vecchio-porto/2/240048