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Non dimenticare la tragedia di Marcinelle

L’8 agosto 1956 in Belgio persero la vita 262 minatori, tra cui 136 italiani, sette dei quali friulani

Non dimenticare la tragedia di Marcinelle

08 agosto 2022

L’8 agosto del 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, un incendio, causato dalla combustione d’olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica, causò la morte di 262 minatori, dei quali 136 italiani e, tra questi, sette friulani.

Si trattava di Pietro Basso di Bannia, Mario Buiatti di Udine, Ruggero Castellani di Ronchis, Lorenzo De Santis di Flaibano, Ferruccio Pegorer di Azzano Decimo, Ciro Natale Piccolo di Povoletto e Armando Zanelli di San Giorgio di Nogaro.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 66esimo anniversario della tragedia di Marcinelle e della 21esima Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, ha inviato il seguente messaggio: “Rivolgo un commosso pensiero ai minatori che l’8 agosto 1956 perirono a Marcinelle. Quella tragedia costò la vita, tra gli altri, a 136 connazionali. Dal 2001 la ricorrenza è stata proclamata Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo affinché, nel ricordo di quanto accaduto al Bois du Cazier, possa essere onorata la memoria di tutti gli italiani caduti sul lavoro all’estero”.

“L’emigrazione dei nostri connazionali e il sacrificio che questa ha comportato hanno segnato l’identità dell’Italia e anche lo stesso processo d’integrazione europea. Le dolorose esperienze dei lavoratori migranti, maturate nei decenni precedenti il Trattato di Maastricht, hanno sollecitato la promozione dei diritti dei lavoratori al livello europeo, contribuendo alla creazione di un’Europa coesa, solidale, fondata anche su un pilastro sociale. In questo spirito, rinnovo ai familiari delle vittime di quella tragedia e di tutti gli altri episodi che hanno tristemente coinvolto i nostri connazionali in altri contesti, i sentimenti di solidale partecipazione al loro dolore e, a tutti gli italiani che lavorano all’estero, le espressioni della riconoscenza della comunità nazionale”, conclude il Capo dello Stato.

“La tragedia di Marcinelle è diventata simbolo universale della nuova Europa, quella in cui il lavoro è un’opportunità di riscatto e un’acquisizione di diritti non una condizione di inferiorità e di discriminazione, di rischio della vita. E’ toccato agli italiani costretti a migrare, a lungo denigrati e sfruttati, è toccato a tanti popoli anche nella storia d’Europa. Come pur hanno fatto altre volte, Meloni e gli altri esponenti della destra italiana, invece di polemizzare oggi potevano essere a Marcinelle assieme al segretario Letta, dimostrando plasticamente che su alcuni valori fondamentali l’Italia è unita. Sui diritti umani e sociali, sulla vita che si perde nelle viscere della terra o in fondo al mare, non si fa propaganda”. Lo afferma la presidente del gruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani, nell’anniversario della tragedia di Marcinelle.

“L’emigrazione del dopoguerra è stata un fenomeno segnato da tragedie immani che ha coinvolto famiglie, intere comunità, tutto il Paese. Con i caduti friulani di Marcinelle, ricordiamo i triestini, istriani, sloveni di qua e di là del confine che hanno dovuto partire. Spinti da povertà, assenza di prospettive, paura sono andati dove c’era pane e futuro, nell’Europa che si ricostruiva, in America o in Australia. Il primo dovere è il rispetto per quei sacrifici, quella tenacia, quei caduti, impegnandoci affinché la nostra Repubblica sia davvero fondata sul lavoro, dove ognuno ha il diritto di non morire”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd) nell’anniversario della tragedia di Marcinelle.https://www.ilfriuli.it/articolo/politica/non-dimenticare-la-tragedia-di-marcinelle/3/270124

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Il matrimonio «more sclabonico» tutelava i diritti della donna

BENECIA, RESIA E VALCANALE

Il progetto dell’associazione don Eugenio Blanchini «Tradizioni comuni e particolari degli sloveni in Italia»

Il matrimonio «more sclabonico» tutelava i diritti della donna

In caso di rottura dell’unione il marito era obbligato ad assicurare alla moglie il necessario per vivere. Il fidanzamento di Simone e Caterina celebrato con il cerchio, la stella, le monete e la frittata. Le consuetudini «sclaboniche» riconosciute dal Capitolo di Cividale

Giorgio Banchig

Abbiamo visto che il matrimonio tra Margherita di Cravero e Benedetto di Stregna fu stipulato secondo le consuetudini praticate anche in altre regioni europee. Tuttavia in alcuni documenti del XVI secolo si legge di sposalizi celebrati more sclabonico o juxta / secundum ritum et consuetudines sclabonicas, cioè secondo i costumi, le consuetudini, le usanze, le tradizioni, i riti slavi / sloveni, che il Capitolo di Cividale riconosceva come perfettamente legittimi.

Cito alcuni casi. Mons. Lorenzo Billino, arcidiacono del Capitolo, intimò al vicario di San Leonardo pre Andrea, pena la sospensione a divinis, di benedire in chiesa gli anelli di Ermacora di Postregna e della sua consorte e di compiere le altre usanze ( et alia consueta) secundum Ritum et Consuetudines Sclabonicas.

La lettera dell’arcidiacono è datata 9 gennaio 1560 (Cracina 1978: 205).

L’anno seguente il Tribunale del Capitolo di Cividale discusse del caso dei coniugi Ermacora Petrussa e Anna contro Simone Tomcig di Mezzana il quale rivendicava una precedente promessa di matrimonio da parte di Anna.

L’arcidiacono chiamò il vicario di San Leonardo e dispose «che debba, ad un’eventuale richiesta di Ermacora e di Anna quali coniugi legittimi, sposarli ( copulare) juxta consuetudinem sclabonicam nel migliore dei modi». Evidentemente i due coniugi erano già sposati secondo l’antica tradizione per verba de praesenti per cui la benedizione del vicario non risanava una situazione illegittima, ma valeva come «coronamento cerimoniale » (Nazzi, San Leonardo: 371). Nel 1562 si presentò davanti ai giudici del Capitolo di Cividale Marina fu Pietro Golobich di Clastra, assistita dall’avvocato Orifilo, contro Giovanni Vo(g)rich de dicto loco. Marina serviva in casa di Giovanni «quale serva» e «a seguito di promessa di matrimonio, lui la violò e ne nacque un figlio maschio che lui nutrì per un anno». Ora, poiché non intendeva regolarizzare l’unione né accollarsi il mantenimento del figlio, l’avvocato gli propose il dilemma: o la sposava o le garantiva, «per la deflorazione come sopra documentata, una dote adeguata juxta mores et consuetudines sclabonicas, con le spese processuali a suo carico » (Nazzi, San Leonardo: 372). Lo stesso anno si discusse il caso di Paolo Benedeucigh di Tolmino di Sotto e di Ursa figlia di Simone Rutar di San Leonardo.

L’avvocato Filitino, a nome di Ursa, chiese all’arcidiacono in montibus di confermare l’esistenza del matrimonio tra i due, in quanto «Paolo ha promesso di sposarla e di non voler condurre altra donna al di fuori di lei». Raccomandò di semplificare ed accelerare la procedura, perché «Ursa è povera e bisognosa e non ha altro modo per garantirsi, costretta a ricorrere a questo rimedio come unico possibile, promettendo di stare al giuramento che presterà il suddetto Paolo». Questi contestò le premesse e negò la validità della procedura fin lì condotta dal vicario di Tolmino e si disse disposto a prestare il giuramento richiesto da Ursa: «giurò nelle mani dell’arcidiacono, toccando le sacre scritture, di dire la verità: mai ha promesso di prenderla in moglie». Ursa allora, «stando il fatto incontestabile che l’ha deflorata e dormì nel letto con lei, come risulta dalla confessione della controparte, insiste perché venga condannato a fornirle la dote secondo il costume sclabonico» (Nazzi, San Leonardo: 373).

Concludo questa breve elencazione dei matrimoni more sclabonico con un caso davvero singolare che risale al 1597. Nonostante fossero trascorsi ben 34 anni dall’emanazione dei decreti del Concilio di Trento sul matrimonio, l’arcidiacono del Capitolo di Cividale dichiarò valido il fidanzamento tra i due contraenti. Riporto in lingua corrente la narrazione con cui Michele Blasutig di «S. Petro de Sclabonibus», che funse da «celebrante », raccontò in prima persona le particolarità del rito.

«Ero già andato a letto quando Girolamo Cozzeano venne a chiamarmi chiedendomi

di celebrare “una cerimonia di promissione di matrimonio”. Uscii dalla camera e andai nella stanza di sotto, dove c’erano Simone Chiacigh di Jainich, Girolamo Cozzeano e sua moglie, sorella di Caterina del fu Ermacora (Macor) Calligaro di San Pietro che bevevano. Girolamo e suo figlio Stefano mi ordinarono “di far la parolla della promissione” di matrimonio tra Simone Chiacigh e Caterina Calligaro e “io ho fatto in questo modo che vi dico”. Rivoltomi prima a Simone e poi a Caterina chiesi se avessero pensato ad altre persone con le quali sposarsi. Entrambi mi dissero di no, al che domandai a Simone “se voleva pigliar la presente Catharina tale quale era per sua bona moglie, il quale mi rispose che sì che io la voglio per moglie”. Poi domandai a Caterina “se era contenta pigliar detto Simon tal qual era per homo da bene, la qual rispose sì”. Ad entrambi ripetei la stessa domanda per tre volte ed essi risposero sempre affermativamente. “Et fatto questo io feci un cerchietto in Terra” ed ho girato intorno a Caterina. Dopo che si dettero la mano, li feci sedere dentro il cerchio segnandolo “con la stella, secondo l’usanza nostra”. Simone cominciò a gettare nel grembo di Caterina “una quantità di denaro secondo il dovere del sposo sin che li accetta, il qual Simon li gettò, ma non so la quantità”. Tornai a letto lasciando i promessi sposi e i convitati “che bevevano et fecero la frettaia ordinaria che tutti la mangiarono” » (Cracina 1978: 206). Un rito davvero curioso, carico di enigmi, di interrogativi e per molti versi inedito rispetto a quelli già trattati. Angelo Cracina tentò di spiegare alcuni particolari. «Il fatto di dire per tre volte, il cerchio segnato per terra attorno ai due, l’averli segnati con la stella […] denotano che il rito era profondamente religioso, seppur superstizioso ». E ancora: «A nessuno può sfuggire che anche la “frettaia” (frittata) fatta di tante uova, doveva avere un significato in rapporto alla famiglia numerosa. Questo pasto era detto anche “licof” (v. Acta Capituli, fascicolo VII, quaderno 7, anno 1604)». Riguardo alla stella l’autore ricorda che «anticamente era usata nelle cerimonie liturgiche; era in ferro o in legno, in forma di cerchio, con molte candele. Affissa ad una specie di manico piuttosto lungo, veniva portata anche nelle processioni» (Cracina 1978: 207, 208, 246). Ritengo che le interpretazioni di Cracina vadano approfondite e rilette con uno studio comparato che collochi gesti e oggetti di questo singolare rito in un orizzonte più vasto.

Ma, in realtà, quali erano gli elementi distintivi del fidanzamento e del matrimonio more sclabonico? Dai testi citati si deduce che quella definizione aveva una duplice attribuzione. La prima riguardava i riti: la benedizione degli anelli e l’adempimento di altre consuetudini da parte del sacerdote in chiesa e poi il complesso e misterioso cerimoniale compiuto in casa di Michele Blasutig. Si può dedurre che nel XVI secolo nella nostra Slavia esisteva un rito sclabonico di celebrare gli sponsali che potevano essere officiati da un laico (il fidanzamento) o da un prete (il matrimonio).

In secondo luogo il mos sclabonicus regolava il rapporto giuridico / economico tra uomo e donna: in caso di rottura dell’unione il fidanzato / marito era obbligato a provvedere al sostentamento della fidanzata / moglie qualora i due avessero avuto rapporti sessuali e non solo se dall’unione fossero nati figli.

S’è visto, infatti, che Paolo da Tolmino fu obbligato a fornire a Ursa di San Leonardo la dote necessaria per la sua sopravvivenza anche in assenza di prole.

Oggi diremmo che la normativa prevista dal mos sclabonicus era «femminista» ante litteram perché tutelava la donna assicurandole il necessario per vivere e riconoscendole, dopo secoli, quei diritti previsti oggi, dalle leggi sull’assegno di mantenimento o di divorzio in caso di rottura del matrimonio.

Ma denota anche l’estrema precarietà della posizione sociale della donna in quanto totalmente dipendente o dal padre o dal marito.

(56– continua)

dal Dom del 30 giugno

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STORIA: Ucraina, due secoli di deportazioni

Silvia Granziero 8 Aprile 2022

La lunga storia di deportazioni dell’Ucraina: gli spostamenti forzati che sembra stiano avvenendo oggi sono solo l’ultimo capitolo di duecento anni di migrazioni imposte, dall’impero zarista all’Unione Sovietica.

L’Ucraina non è un territorio martoriato soltanto da febbraio 2022: da sempre, una nazione a cui a lungo non è  corrisposta un’entità statale è esposta alle pretese dei poteri più forti, che ne sottopongono la popolazione a deportazioni e migrazioni forzate. Questi sono tra i mezzi usati dal potere, funzionali allo smembramento dei paesi da assoggettare.

Direzione Siberia

Questo sistema di controllo della popolazione – e di volta in volta usato per raggiungere obiettivi politici o economici che spesso includono la colonizzazione dei territori più remoti –  è largamente impiegato dall’impero russo. Nell’Ottocento, epoca di antisemitismo endemico, tra i popoli presi di mira ci sono innanzitutto gli ebrei, che secondo i censimenti a fine secolo sono ancora il 12% della popolazione del territorio occidentale dell’impero, corrispondente alle attuali Bielorussia, Ucraina, Lituania e Polonia orientale; qui sono costretti a rimanere, perché è loro vietato spostarsi, fino a quando il potere non ne decide la deportazione. Ma a essere vittime dei trasferimenti forzati sono anche 200.000 tedeschi del Volga, i germanofoni discendenti dei contadini immigrati in Russia nella seconda metà del XVIII secolo su invito della zarina Caterina per stabilirsi lungo il medio Volga, ma anche in Ucraina e in Crimea.  Oltre un secolo dopo, i loro nipoti sono costretti a spostarsi di nuovo, ancora una volta verso est: la loro destinazione è la Siberia e le loro terre vengono distribuite a popolazioni di sicura fede zarista.

Queste popolazioni sono anche inviate a est per colonizzare più o meno volontariamente i territori nei quali l’impero si sta espandendo, dando vita a entità amministrative su base ucraina nell’estremo oriente russo.

Il cambio di regime

Con lo scoppio del Primo conflitto mondiale le deportazioni si sommano alla fuga delle popolazioni delle regioni frontaliere dell’impero, per allontanarsi dai pericoli del fronte di guerra, con il risultato che all’alba della rivoluzione bolscevica sono ormai 7,4 milioni i profughi nei territori sotto il controllo russo.

Con il cambio di regime, però, non cambia troppo la strategia di controllo: anche l’Unione Sovietica usa le deportazioni per allontanare dalle aree strategiche i popoli ritenuti meno fedeli, per status socio-economico o appartenenza politica, con il pretesto della loro presunta pericolosità. Stalin, per silenziare i sentimenti indipendentisti e nazionalisti ucraini si spinge oltre, sfruttando l’ancor più radicale mezzo dello sterminio per fame, come fatto proprio in  Ucraina attraverso l’Holodomor. . . continua STORIA: Ucraina, due secoli di deportazioni

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Giornata della Memoria

da fb

Sabato 29 gennaio 2022 ore 16.30in occasione della Giornata della Memoria dell’Olocausto e nell’ambito della mostra “Lo spazio tra la gente” al Museo Etnografico del Friulivi invitiamo all'”Appuntamento sulla panchina”.Kirsten Maria Duesberg, Gian Paolo Gri e Mario Novello presenteranno il libro “Dove ci portate? Kam nas peljete? Wohin bringt ihr uns?”pubblicato a cura di Paolo Ferrari e Kirsten Duesberg (Collana Kappa Vu Storia, 2019)Dove ci portate? è il titolo di una ricerca e di una pubblicazione dedicate alla storia di tre donne e cinque uomini, originari delle comunità di lingua tedesca e slovena della Val Canale e di Tarvisio, i quali a maggio 1940 furono deportati, nell’ambito delle cosiddette “opzioni italo-tedesche”, dall’Ospedale psichiatrico di Udine in Istituti nella Germania del Terzo Reich.Saggi e testimonianze fanno conoscere e ricordano le vite e i destini delle persone, invitano a riflettere sul ruolo della psichiatria durante il fascismo e il nazionalsocialismo, sui temi centrali dell’antropologia: confini, identità, purezza e contaminazione e sulle potenzialità di una ricerca transfrontaliera.Un’iniziativa di Heimat museo. Archivio diffuso di storie ritrovate.

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Massimiliano d’Asburgo e la moglie Carlotta e  il Castello di Miramare 

Ferdinando Massimiliano d’Asburgo-Lorena era il secondogenito dell’Arciduca Carlo d’ Asburgo -Lorena, e della principessa Sofia di Baviera. Il fratello primogenito Francesco Giuseppe divenne Imperatore, marito della famosissima Elisabetta detta Sissi, e di fatto l’ultimo vero sovrano assoluto europeo per diritto divino fino alla morte.

Massimiliano, nacque a Schonnbrunn a Vienna, con le nomine di Principe Imperiale e Arciduca d’Austria, e Principe Reale di Ungheria e Boemia, era un uomo di particolare intelligenza, amava l’arte e le scienze, in particolare la botanica.

Uomo Intelligente si, ma troppo moderno per i tempi in cui viveva. Intraprese la carriera  militare ed ottenne in breve tempo alti gradi di ufficiale. Mentre svolgeva il servizio militare, contribuì energicamente a creare la flotta marittima dell’impero austriaco, rinnovò il porto di Trieste che a quel tempo apparteneva all’Austria.

Verso la fine dell’anno 1855, rimase affascinato dalla bellezza del promontorio. 

Durante un ballo di corte nel palazzo di Laeken, l’arciduca d’Austria Ferdinando Massimiliano 

incontra la principessa Marie Charlotte di Sassonia-Coburgo-Gotha, figlia minore e unica femmina di Leopoldo I re dei Belgi e della sua seconda moglie Louise Marie d’Orléans..

1856 – 23 DICEMBRE

Massimiliano si fidanza ufficialmente 

Il 27 Luglio 1857 matrimonio con Carlotta  

Pur essendo il Principe Imperiale Arciduca d’ Austria, aveva idee liberali, tanto che il popolo italiano, pur non apprezzando la dominazione austriaca, aveva molta stima e rispetto per Massimiliano.

Divenne vicerè del Lombardo-Veneto nel febbraio del 1857,  si sposò a Bruxelles con Carlotta del Belgio e raggiunse Milano nel settembre del 1857. Era un’innovatore, cercava di portare clemenza, dopo il duro dominio di Radesky sulla popolazione. Come governatore generale della regione cercò invano di agevolare le popolazioni locali, con iniziative politiche che avrebbero consentito di avere molta più autonomia a livello  amministrativo.

Tali interventi venivano sempre sminuiti dai consiglieri di corte, ma anche dalla volontà stessa del re, che non intendeva lasciare spazio al fratello minore 

Massimiliano, venne più volte ripreso e umiliato dall’ imperatore  che infine lo destituì il 19 aprile del 1859

Cavour, che voleva sconfiggere la dominazione austriaca stupulò un accordo con Napoleone III per annettere la Lombardia al Regno di Sardegna e in un futuro unificare l’Italia dividendola in quattro confederazioni.  Camillo Benso Conte di Cavour vedeva in Massimiliano un nemico, tanto che quando venne destituito  scrisse:

 “Finalmente possiamo respirare, è stato destituito l’uomo che temevamo di più, di cui ogni giorno dovevamo registrare i progressi e che costituiva il nostro peggior nemico in Lombardia. La sua tenacia, la sua lealtà e il suo spirito liberale avevano già guadagnato la fiducia di molti dei nostri sostenitori.

La Lombardia sotto l’amministrazione di Massimiliano  non era mai stata così prospera e ben amministrata. Poi, grazie a Dio ,il caro governo viennese interviene e,con le sue consuete maniere, riesce a buttare all’aria ogni cosa e rinuncia alla sua unica possibilità, richiamando il fratello dell’Imperatore, solo perché le sue sagge riforme hanno dato fastidio ai vecchi intransigenti di Vienna…nulla, così è perduto e la Lombardia è di nuovo a nostra disposizione”.

Due giorni dopo la destituzione di Massimiliano ,come Vicerè, l’Impero austriaco e il Regno di Sardegna entrarono  in guerra. 

Il Castello di Miramare

Partendo da una zona in gran parte spoglia, Massimiliano  ha commissionato un parco, che  avesse potuto essere percorso a piedi: un luogo privato, un luogo che gli avrebbe permesso  di sviluppare la sua passione per la botanica. Il progetto venne affidato all’architetto Carl Junkers, e al giardiniere boemo Anton Jelinek, furono importati grandi quantitativi di terra fertile e numerose varietà di  alberi e arbusti moltissime provenivano da zone extraeuropee, Massimiliano e Carlotta  pur essendo residenti  a Milano, seguivano costantemente i lavori a Miramare. Massimiliano era un’uomo di mare, amava il mare e la botanica la natura.

IL 20 aprile 1859 Massimiliano si trasferisce a Trieste, si ritira dalla vita politica, dalle guerre, dagli intrighi e dai disegni dell’impero di suo fratello.

Massimiliano e Carlotta, che si erano sposati per vero amore e non per impegni nobiliari dal 1859 al 1860 risiedettero in uno egli edifici fatti costruire all’interno del parco, nel castelletto, furono  anni spensierati.

Trascorrevano in modo tranquillo le loro giornate passeggiando in riva al mare o nel parco del castello, erano entrambi amanti della musica, della pittura, di cultura generale e di botanica.

Carlotta  stessa realizzava vedute molte delle quali oggi si trovano proprio nelle sale del Castello di Miramare. 


L’edificazione del castello, però era molto costosa, considerando che il materiale, proveniva in gran parte dall’estero per questo motivo, dopo un paio d’anni dall’inizio dei lavori, Massimiliano decise di eliminare il secondo piano, l’edificio si divideva in tre parti distinte: il piano terra con gli appartamenti arciducali, il primo caratterizzato dagli ambienti di rappresentanza e il cosiddetto “mezzanin” destinato alla servitù.

La  prima pietra del Castello venne posata il 1° marzo 1856. Il 24 dicembre del 1860, la Vigilia di  Natale Massimiliano e  Carlotta del Belgio, prendono alloggio al pianoterra dell’edificio, gli esterni  sono del tutto completati, mentre gli interni sono arredati solo in parte,  il primo piano è ancora in fase di allestimento.

Il pianoterra, era  destinato agli appartamenti privati di Massimiliano e Carlotta, in effetti visitandolo da la sensazione di intimo e familiare, il primo piano  veniva utilizzato per la rappresentanza,  era riservato agli ospiti i quali rimanevano veramente affascinati e stupiti e forse  abbagliati da quanto fosse sontuoso e delicato allo stesso tempo, rispettoso degli stemmi e dei simboli imperiali. 

Il progetto della scala interna  è stato realizzato in modo da poter vedere il mare da entrambi i lati attraverso le grandi vetrate, la sala da pranzo è stata denominata Scala dei Gabbiani perché nel soffitto a cassettoni sono dipinti grandi uccelli, la tappezzeria nelle stanze dedicate a Massimiliano ha il simbolo dell’ ancora sormontata da una corona, ed  il simbolo dell’ananas, sulla tappezzeria, sulla stoffa delle poltroncine, molti sono i trofei di caccia, armature  che Massimiliano aveva portato dall’India, dalla Cina e dal Giappone durante il giro del mondo che fece con la fregata Novara. .

Nel 1857 sono  state realizzate anche altre costruzioni presenti nel parco: lo avrebbero completato, alcune fontane e sculture varie. La fontana detta “del Tritone”, realizzata dalla ditta tedesca “Thonwaaren-Fabrik” di Ernst era stata presentata a Londra nel 1851; la statua dell’“Amazzone a cavallo”, acquistata dall’arciduca nel 1862, faceva invece parte della produzione di August Kiss.

 Carlotta però, è una donna ambiziosa, gelosa della cognata Sissi, che oltre ad essere la  moglie di Francesco Giuseppe e imperatrice d’Austria,  aveva con Massimiliano un buonissimo rapporto e condivisione di ideali.Visita di Sissi a Miramare

Dunque la vita a Trieste non soddisfa pienamente Carlotta, che briga e ribriga, finché convince il marito a ricevere una delegazione di nobili messicani che offrono a Massimiliano  la corona di Imperatore del Messico.

Di primo acchito Massimiliano non accetta, ma poi le insistenze della moglie, l’intervento   di Napoleone III lo convincono ad accettare

Dal Castello di Miramare salpa il 14 aprile 1864 a bordo della fregata “Novara”, insieme alla moglie. All’interno del castello si trova un grande dipinto che racconta la partenza. 

La situazione che Massimiliano trova, una volta raggiunto il Messico,  non è certo quella che gli era stata raccontata e sicuramente, non è quella che i due coniugi avrebbero desiderato, era già in atto una guerra di rivoluzione. I messicani volevano la Repubblica, non un imperatore per’ altro austriaco.

I repubblicani messicani, contrari alla dominazione imperiale, resistettero anche  grazie  agli aiuti di armi da parte dell’America, Napoleone III decise di  ritirare le proprie truppe, lasciando solo Massimiliano.

 Carlotta raggiuse l’Europa cercando di trovare aiuti, ma nessuno stato europeo si sarebbe messo contro l’America, non riuscì portare a termine la propria missione, si dice che avesse avuto un crollo nervoso. 

Massimiliano venne catturato e condannato alla fucilazione, molti reali europei e personaggi importanti come Giuseppe Garibaldi, Victor Hugo, scrissero lettere in Messico chiedendo  gli fosse risparmiata la vita, niente di tutto questo ottenne dei risultati.

 Il 19 giugno 1867 Massimiliano e i suoi generali di fiducia vennero fucilati, il corpo di Massimiliano fu poi imbalsamato esposto in Messico, solo l’anno successivo tornò a Trieste, e poi raggiunse Vienna dove venne sepolto nella cripta Imperiale. 

Carlotta per un po’ di tempo visse nel castelletto a Trieste, poi venne riportata in Belgio dal fratello, visse nel Castello di Bouchout a Meise sino alla morte  il 19 gennaio 1927, si dice che fosse impazzita dal dolore.

Il Pittore  Edouard Manet, riteneva che Massimiliano fosse stato abbandonato dalle potenze europee e tradito da Napoleone III tanto che ritrasse ben 4 tele con questo soggetto la più conosciuta è ” l’esecuzione dell’Imperatore Massimiliano, il plotone di esecuzione nella tela ha la divisa dell’esercito francese e uno degli ufficiali ha il volto molto simile a quello di Napoleone III.

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L’AZIONISTA GASTONE VALENTE “ENEA” 1913-1945 – MEDAGLIA D’ARGENTO AL V.M. — Storia Storie Pordenone

E’ tempo che la memoria di Gastone Valente venga sottratta all’oblio che lentamente ed inevitabilmente sta calando, col passare del tempo, su uomini ed eventi della Resistenza. Nel 1940 Gastone fu chiamato a prestare il servizio militare, e dopo il corso allievi ufficiali, divenne sottotenente degli autieri. Era in servizio a Napoli, dove nel 1941 […]

L’AZIONISTA GASTONE VALENTE “ENEA” 1913-1945 – MEDAGLIA D’ARGENTO AL V.M. — Storia Storie Pordenone
storia

La partigiana Gabriella

I NAZISTI TOLSERO GLI OCCHI, SQUARCIARONO IL VENTRE E TAGLIARONO I SENI ALLA PARTIGIANA GABRIELLA DEGLI ESPOSTI MENTRE ERA INCINTA. IN SUA MEMORIA TANTE DONNE SI UNIRONO ALLA RESISTENZA E FORMARONO UN DISTACCAMENTO COMBATTENTE TUTTO FEMMINILE

“Io, urlando, mi rivolsi a lei. Le chiesi: Mamma, cosa devo fare? Nulla! – rispose lei -. Non ti preoccupare. Penso a tutto io. E con un sorriso dolce mi mandò un bacio mentre i suoi aguzzini me la portavano via per sempre.”Così Savina ricorda le ultime parole che le rivolse sua madre mentre le SS guidate dall’ufficiale Schiffmann la trascinavano via da casa. Era il 13 dicembre 1944.Gabriella Degli Esposti prima di essere fermata dentro la sua abitazione era riuscita ad avvisare i partigiani della zona della retata in corso. Già tra le mura domestiche, nonostante fosse incinta, i nazisti l’avevano percossa con violenza davanti alla figlia affinché denunciasse l’ubicazione dei suoi compagni.Nello stesso giorno poi la portarono a Castelfranco, dove fu identificata da alcune spie fasciste e torturata per giorni. Ma “Balella”, questo il suo nome di battaglia, non cedette. E così il 17 i nazisti la condussero a San Cesario, sul letto del fiume Panaro, la seviziarono e l’ammazzarono. Le strapparono i capelli, le tolsero gli occhi, le squarciarono il ventre e le tagliarono i seni. Difficile dire cosa avvenne prima e cosa dopo la fucilazione. Il suo corpo e quello di altri nove compagni, ormai in decomposizione, vennero ritrovati giorni dopo. Li riconobbero solo grazie agli abiti che indossavano.Era sempre stata antifascista Balella, così come suo marito Bruno Reverberi. Lei contadina e lui cascinaio, non avevano esitato al momento opportuno a trasformare la propria casa in una base della Resistenza nel modenese. Gabriella, attivissima, aveva partecipato in prima linea tanto agli scioperi contro la guerra e per il pane svoltisi a Castelfranco nell’estate del 1943, quanto alla formazioni dei Gruppi di Difesa della donna, un’organizzazione prettamente femminile che operava nell’ambito della guerra partigiana. Sempre in prima linea nel fornire supporto e assistenza ai compagni, aveva continuato ad operare incessantemente nonostante la gravidanza e sebbene la morsa degli occupanti si stringesse sempre più intorno alla sua figura.Fu proprio la generosità e il coraggio di Balella a motivare tante donne nella zona di Modena ad aderire alla Resistenza. E in sua memoria nacque il distaccamento Gabriella Degli Esposti, forse l’unico composto esclusivamente da combattenti donne di tutta la storia partigiana italiana, distaccamento operativo nella provincia modenese che partecipò attivamente a varie azioni fino alla Liberazione.La storia di Gabriella la abbiamo raccontata anche in Partigiani Contro. Lo trovate qui:https://bit.ly/3e5dypW

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LA STRAGE DI TORLANO

Torlano Comune di Nimis

Oggi Torlano ha rievocato la tragica pagina di storia della sua comunità, risalente alla Seconda Guerra mondiale. 

Era infatti il 25 agosto 1944 quando, all’alba, si scatenò la feroce rappresaglia nazifascista quale reazione all’intensa attività partigiana nel paese e nel territorio circostante, specialmente montano, del Comune di Nimis.

 L’azione fu infatti decisa dal Comando superiore delle SS di Trieste ed è ricordata come una delle pagine più orribili dell’ultimo conflitto, il cui fascicolo, come quello di altre stragi compiute sul suolo nazionale, finì nel cosiddetto “Armadio della vergogna”. 

Trentatrè, come detto, le vittime innocenti, fra cui appunto donne e bambini: 24 di Torlano e 9 di Ramandolo. Una famiglia molto numerosa originaria della citata Portogruaro fu quasi del tutto sterminata da quello che è passato alla storia come il “boia di Colonia”.

Secondo gli ordini impartiti dalle autorità naziste, quale rappresaglia alla uccisione di un ufficiale tedesco, quella mattina di agosto doveva scorrere il sangue di quaranta persone del luogo, scelte a caso senza badare se fossero uomini, mamme o bimbi. Sette riuscirono a mettersi in salvo per cui le vittime, come detto, furono trentatrè, tra cui appunto intere famiglie. E la più duramente colpita fu proprio quella dei De Bortoli, mezzadri sfrattati dalla loro terra e giunti sotto il monte Plaiul in cerca di un po’ di fortuna: in nove furono barbaramente uccisi. Ma uno dei figli Paolo, che aveva sette anni (è scomparso ottantunenne tre anni fa), riuscì a salvarsi, protetto dal corpo della madre, e a farsi una vita, nonostante il tremendo trauma psicologico subito, come pure la sorella Gina, tredicenne, che riuscì a fuggire, sebbene avesse riportato gravissime ustioni causate dai vestiti avvolti dal fuoco. Nove martiri, insomma, soltanto in casa De Bortoli, mentre le altre persone trucidate appartenevano alle famiglie Comelli, Dri e Vizzutti, cognomi fra i più diffusi nella frazione di Nimis.

Il sacello-monumento dinanzi al quale si terrà è tenuta la commemorazione ufficiale custodisce i resti di quelle povere vittime che tre anni dopo l’Eccidio furono raccolti in cinque bare, solennemente tumulate nel cimitero del paese, lasciando la fossa comune di Torlano Inferiore perché proprio là fu consumata la strage del 25 agosto 1944. Sinistra premessa di quanto sarebbe accaduto poco più di un mese più tardi a Nimis capoluogo che il 29 settembre fu interamente dato alle fiamme.

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In copertina, il sacello che custodisce i resti delle 33 vittime: all’interno, la lastra di marmo con i loro nomida 

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