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“Il giorno in cui finì l’estate” di Sebastijan Pregelj

Per i tipi di Bottega Errante (BEE) di Udine è appena uscito, in traduzione italiana di Michele Obit, il romanzo “Il giorno in cui finì l’estate” (Premio Ivan Cankar 2020) di Sebastijan Pregelj. Ne pubblichiamo il Capitolo 8. / Pri videmski založbi Bottega Errante je pravkar izšel roman Sebastijana Preglja V Elvisovi sobi v italijanskem prevodu Mihe Obita kot Il giorno in cui finì l’estate. Leta 2020 je prejel Cankarjevo nagrado. Objavljamo 8. poglavje.


Il nostro Tito è morto, c’è scritto sulla lavagna quando il lunedì mattina entro in classe. So già tutto. Mamma e papà mi hanno raccontato. Mi hanno raccontato in modo che capissi, poi ho dovuto ripetere alcune cose con loro. «Perché tu possa ricordare» ha detto papà, «e perché non ti lasci scappare qualche idiozia».

Domenica pomeriggio, sul tardi, sono arrivati lo zio, la zia e Martin. Con Martin siamo rimasti quasi sempre nella mia stanza. Quando siamo usciti, gli adulti si sono zittiti.

«Ci guardano come se avessimo fatto qualcosa di sbagliato» ha detto Martin. «Forse perché è morto Tito. Che ne so. Non è che sia colpa nostra».

«Certo che no» ho assentito, e con Superman nella mano destra ho preso a correre per la stanza, mentre Martin sul pavimento muoveva il robot di plastica che aveva ricevuto dall’Italia. «Questo è Droid» mi istruiva. «Droid di Guerre stellari. Hai visto Guerre stellari?».

«No» ho fatto con il capo.

«Peccato. Devi guardarlo. A me, mamma e papà prima non me l’hanno permesso, poi però papà mi ha portato al cine. Che film!».

Martin mi ha raccontato per bene tutta la trama.

Quando sono arrivato alla porta e da tempo non stavo più seguendo Martin, che ora stava parlando di tutt’altro, ho sentito papà dire che era preoccupato. «Già prima mi preoccupava. Non è un segreto che il vecchio da tempo non governava il Paese. Lo facevano altri, i generali e Jovanka. Ma adesso che non c’è, be’, adesso non sarà semplice. Il vecchio metteva ordine. Nessuno osava nemmeno fiatare».

«Può essere che ci occuperanno i russi» ha detto lo zio.

«Finiscila di spaventare» ha detto papà, «quali russi! Non ci sarà nessun russo».

«E l’Ungheria e la Cecoslovacchia?» non la smetteva lo zio. «Là sono arrivati con i carri armati».

«Gli americani non gli permetterebbero mai di superare il confine jugoslavo» ha detto papà. «Se succedesse, sarebbero di colpo sul loro confine».

«Vedi» ha sospirato lo zio, «il vecchio sapeva navigare tra gli uni e gli altri. Ma adesso è cambiato tutto. Lui non c’è, fine. Speriamo solo che non venga la guerra».

«Pensi che possa venire la guerra?» ho chiesto a papà quando lo zio, la zia e Martin, dopo le notizie della sera, se ne sono andati.

«Non preoccuparti». Papà mi ha accarezzato la testa. «Non ci sarà nessuna guerra. Avete sentito quello che stavamo dicendo?».

«No» ho scrollato il capo. «Ho sentito qualcosa».

«Hai sentito qualcosa» ha sorriso papà. «Ascolta» mi ha messo a sedere, «ricordati di questo: Tito era il presidente della nazione. E il maresciallo…».

Ora sono in classe e guardo la scritta bianca sulla lavagna verde: Il nostro Tito è morto. Sono seduto vicino a Rok, che sulle guance ha vari cerotti. Mi racconta dell’iniezione e dei punti. Gli chiedo se gli ha fatto male.

«Ovvio che mi ha fatto male» ha annuito. «Ma non tanto. Ho stretto i denti. Tra una settimana mi tolgono i punti».

«Super!». Sono entusiasta. «Se vorrai far parte dei pirati, ti prenderanno già da subito. Solo che non dovrai dire loro che ti sei ferito su una recinzione. Devi dire che sono graffi da combattimento».

«Dirò questo» annuisce Rok. Poi restiamo zitti, perché in classe entra la maestra.

Nella mano destra tiene un fazzoletto con cui si asciuga gli occhi lacrimanti, nella sinistra un grosso libro dalla copertina rossa con il titolo stampato a caratteri dorati. La maestra Nada sta piangendo. Anche alcune compagne piangono, e tra loro Ana. La guardo e non capisco. Tito era il nostro presidente, va bene, ma non era nostro nonno o nostra nonna, uno zio o una zia. Perché allora piangono?

La maestra inspira profondamente alcune volte, poi con voce tremante dice che oggi è un giorno molto triste.

«Parleremo del compagno Tito, della sua vita e di cosa ha fatto. Ma molte cose le saprete già». Ci guarda. «Bene» apre il libro, «probabilmente ancora non tutto. Se sentite qualcosa che sapete già, va bene lo stesso, perché ve lo ricorderete meglio. È importante che ricordiate, è importante che sappiate. Per oggi e per domani». Poi inizia a raccontare del ragazzino della Sotla[1].

Durante l’intervallo rimaniamo ai banchi, anche la maestra rimane in classe.

La lasciamo solo quando scocca l’ora del pranzo. Ci allineiamo lungo la parete, una fila che si snoda fino agli ultimi banchi. Aspettiamo che la maestra si alzi, vada alla porta, la apra e ci lasci uscire. Diversamente dagli altri giorni, non ci accalchiamo, non corriamo e non ci superiamo, ma camminiamo uno accanto all’altro.

Quando Rok e io ci sediamo a tavola, lui mi urta con il gomito e fa un cenno verso il ritratto di Tito, appeso alto alla parete.

«Devo raccontarti una cosa» dice. «Ma è un segreto».

«Ah, sì?». Lo guardo incuriosito.

«Ascolta». Rok si china su di me. «Tito continua a guardarmi. Non importa dove mi siedo, mi fissa continuamente. Posso andare in un angolo della sala da pranzo oppure in un altro. Solo non so, adesso che è morto, se continua a vedere».

Sollevo lentamente lo sguardo e fisso il ritratto di Tito. La sua foto è appesa in ogni classe. Nella nostra c’è solo il viso. Nella sala di musica Tito è seduto al pianoforte. Nel laboratorio di tecnica è accanto a un macchinario. Nel corridoio, dove c’è il gabinetto di storia, sono appese delle fotografie dei tempi della guerra. Quella che mi ricordo meglio è Tito con un cane. Il cane si chiamava Luks e aveva salvato la vita a Tito. Sto in silenzio alcuni istanti, poi a Rok rispondo che lo so. Con Peter già tempo prima ci eravamo resi conto che Tito ci guardava. Mi sposto un po’ a destra, poi a sinistra, per controllare se è ancora così. Tito mi guarda. Il suo viso rimane inalterato, mentre gli occhi fissano direttamente me. Rok afferra il cucchiaio e inizia a mangiare la zuppa. Continua però a guardarmi: «Andremo anche nelle altre classi. Cercheremo tutte le foto e verificheremo se anche in quelle ci guarda». Portiamo i vassoi, con i piatti quasi intatti, fino al banco. Fosse un giorno comune, lì ci aspetterebbe la maestra Nada. Ci chiederebbe perché non abbiamo mangiato quasi niente e ci direbbe che nel mondo ci sono tante persone affamate e solo per loro dovremmo dimostrare più rispetto nei confronti del cibo. Ma oggi è un giorno particolare. Al banco non c’è nessuno dei maestri, perciò lasciamo lì senza problemi i vassoi e corriamo lungo il corridoio verso le aule.

Rok apre con cautela le porte delle classi prime e seconde. Le aule sono quasi vuote, gli alunni sono a pranzo. Se c’è qualcuno in classe chiude velocemente la porta, mentre nelle aule vuote entriamo come se fossero la nostra. Sul momento rimaniamo cauti, poi però ci muoviamo senza un filo di paura.

In ogni aula prima controlliamo quale fotografia sta appesa sopra la lavagna. Se non è uguale alle precedenti, ci collochiamo dritti di fronte a essa. Poi ci muoviamo a destra e a sinistra, arrivando alla finestra, alle pareti e all’armadio. Ci accorgiamo che Tito ci osserva sempre. Anche se ci accovacciamo dietro ai banchi e alle sedie, sa dove stiamo. Non appena riappariamo, ci guarda.

Quando siamo nella nostra aula, facciamo lo stesso che nelle precedenti. Poi vengo folgorato da un’idea: ognuno di noi deve andare a un’estremità dell’aula.

«Voglio proprio vedere chi guarderà, se facciamo così!».

«È vero!». Rok è entusiasta. Ci mettiamo al centro dell’aula, poi Rok inizia a spostarsi verso la finestra, io verso la porta.

«Continua a guardarmi!» dice Rok ad alta voce.

«Anche me!».

Quando sono vicino alla porta, questa improvvisamente si apre.

«Cosa fai qui?» mi chiede la maestra Nada. Rabbrividisco e scuoto la testa.

«Niente» rispondo, e mi sposto al mio banco.

«Venite qui» dice quando raggiunge la cattedra. Sento brividi in tutto il corpo. Ho la sensazione che quello che abbiamo fatto sia sbagliato e che la maestra sappia tutto. Ho paura che ci scriva una nota per i genitori nel libretto o, ancora peggio, che chieda che la mamma o il papà o ancora meglio tutti e due vadano a parlare con lei. Con passi brevi mi dirigo alla cattedra, Rok invece è già alla lavagna, come se si aspettasse un elogio.

«Bene, cosa pensate del maresciallo Tito?» ci chiede la maestra.

«Ci guarda sempre» la sparo.

«Come?». La maestra è sorpresa.

«Qualsiasi cosa facciamo, sempre ci osserva e tutto vede» chiarisco.

«Cosa vuoi dire?». La donna aggrotta la fronte.

«Venga» faccio due passi indietro e guardo la fotografia di Tito. «Adesso mi sta guardando. E se mi metto vicino alla finestra, continua a guardarmi. E se corro all’altro lato della stanza, mi guarda ancora!».

«Vedi» sorride la maestra Nada, «per questo ciò che fai è importante. Per questo è importante come ti comporti. Devi essere un pioniere, sempre d’esempio e buon compagno! Perché Tito ti guarda. Tutti ci guarda. Tutto vede».

Il pomeriggio mi siedo con mamma e papà davanti al televisore. Guardiamo il treno blu che trasporta il presidente defunto da Lubiana a Belgrado, dove lo sotterreranno. Lungo la tratta ci sono migliaia di persone. La telecamera a volte si ferma sui volti del soldato, del poliziotto, dell’operaia, dell’operaio che in questo giorno non lavorano, ma stanno lungo i binari e attendono che passi il treno per poter salutare per l’ultima volta il maresciallo che ha unito i popoli jugoslavi e li ha guidati sulla strada della liberazione dall’occupazione nazista e fascista, accompagnandoci verso il futuro luminoso che è durato fino a quel terribile momento, domenica, alle tre e quattro minuti, quando il suo grande cuore si è fermato. Sullo schermo le donne si asciugano gli occhi, gli uomini guardano cupamente, sui volti di tantissimi scorrono le lacrime.

«Tito ci guarda tutti» dico.

«Come?». Papà si volta sorpreso verso di me.

«Tito ci guarda tutti» ripeto.

«Da dove l’hai presa questa?» chiede. Così gli racconto di come io e Rok siamo andati di classe in classe, e alla fine anche della maestra Nada, che ci ha dato ragione. Tito ci guarda.

fonte https://wordpress.com/read/feeds/25870481/posts/4407535467

Saggi scelti sulla storia, sulla lingua e sulla società slovena al confine italo-sloveno — Storia Storie Pordenone

Il libro si articola in nove saggi “su vari aspetti legati alla vita degli sloveni nella parte occidentale dell’area del loro insediamento etnico [a cavallo del confine orientale italiano-sloveno: Val […] The post Saggi scelti sulla storia, sulla lingua e sulla società slovena al confine italo-sloveno first appeared on Storia Storie Pordenone.

Saggi scelti sulla storia, sulla lingua e sulla società slovena al confine italo-sloveno — Storia Storie Pordenone

Il lago di Golob / Golobovo Jezero — La casa di carta – Papirnata hiša

A settembre del 2022 è uscito, per i tipi di Ronzani, il romanzo giallo dell’autore sloveno Tadej Golob, intitolato “Dove nuotano i pesci gatto” in traduzione di Patrizia Raveggi. Il romanzo è ambientato in Slovenia, il protagonista è Taras Birsa, investigatore capo della Sezione Crimini di Sangue e Reati Sessuali della Polizia di Lubiana, capitale […]

Il lago di Golob / Golobovo Jezero — La casa di carta – Papirnata hiša

Gnocchi di prugne

Vita Nei Campi

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“i” gnochi de susine

di Roberto Zottar

Armando Mucchino mi ha invitato parlare di cibi tradizionali che vanno scomparendo e su questo ‘intrigante tema’ mi aspetto vostri suggerimenti. Oggi parlerò di cucina della frutta e di un piatto che non è scomparso, ma è cambiato ‘nel corso del tempo’. Parlare di cucina della frutta sembra un ossimoro e una contraddizione perché cucinare è manipolare, modificare; trasformare è cultura, mentre frutta è freschezza, spontaneità. Se nella gastronomia salata in Italia la frutta è quasi scomparsa, forse perché è venuto meno il gusto dell’agrodolce, ciò non è vero per gli abitanti della nostre zone, eredi di molti secoli di dominazioni straniere. La nostra gastronomia è un’insolita contaminazione di aromi e gusti, dove l’influsso nordico del gusto agrodolce porta la presenza di frutta in cucina, non solo nei dolci. Tra le tante ricetta salate con frutta, credo che la più emblematica sia quella degli gnocchi ripieni di frutta. Il piatto, giunto in zona per differenti percorsi, viene chiamato gnochi de susine, Gnocs o maròns cui brundùi o cu lis sespis, Zwetschen Knödeln, Slìvovi njoki, invero un fagottino di pasta di patate che racchiude una susina denocciolata. L’ingombro del frutto dev’essere uguale a quello della pasta per un perfetto equilibrio di sapore. Si preparano, per antico influsso boemo, anche con pasta lievitata ricca di uova e burro o con un impasto a base di ricotta o con pane raffermo e lievito: forse queste sono anche le versioni più antiche dato che le patate sono arrivate in Friuli solo nel 1765. Gli gnocchi sono stagionalmente declinati anche con ripieno di pesche, di ciliegie, di albicocche o di fichi e sono da sempre un primo piatto della tradizione. Ho detto che è un piatto cambiato perché oggi è invalso l’uso di aggiungere zucchero, sia nel ripieno sia sparso sopra insieme a cannella e pangrattato …questa è una cosa molto recente, appunto perché ci siamo disabituati all’agrodolce e compensiamo l’acido con lo zucchero. Gli gnocchi di susine o di frutta, come ci ricorda anche Mady Fast, erano il classico abbinamento con la cacciagione, proprio come ora si abbina la composta di mirtilli rossi al capriolo. Cuocete in acqua 1 kg di patate da gnocchi, sbucciatele e passatele ancora calde allo schiacciapatate, aggiungete 1 tuorlo e farina quanto prende, saranno circa 250 g. Prendete una porzione di pasta simile ad una susina, stendetela nel palmo e racchiudete un frutto denocciolato. Bollite in acqua salata e condite con abbondante pangrattato passato nel burro e spolverate di cannella e lasciate stare lo zucchero!

Buon appetito

Tre Confini – Tromeja -Dreiländereck — Camminabimbi

È la cima simbolo della pace in cui si incontrano i territori di Italia, Austria e Slovenia. Suggestiva per il panorama è l’idea della pacifica convivenza tra i popoli dei tre grandi ceppi linguistici europei (slavo, germanico e latino). La cima può essere raggiunta da tutti i 3 versanti. Salendo dall’Austria c’è la seggiovia da […]

Tre Confini – Tromeja -Dreiländereck — Camminabimbi

Mirana Likar: Obrobno / Perifericamente — La casa di carta – Papirnata hiša

Il racconto di Mirana Likar tradotto da Sergio Sozi / Zgodba Mirane Likar,ki jo je v italijanščino prevedel Sergio Sozi Perifericamente (2° classificato al Concorso indetto dall’ARS) Aniela Ferrari, nella camera al piano di sopra, sta seduta sul bordo del letto ricoperto di bianco. Si dondola un po’ avanti e indietro perché questo la fa […]

Mirana Likar: Obrobno / Perifericamente — La casa di carta – Papirnata hiša

Quel carso felice

In questi giorni di caldo infernale stiamo guardando impotenti, impauriti, gli incendi che hanno distrutto il Carso, una terra severa, difficile, ma incredibilmente, selvaggiamente bella. Di qua e di là del confine il fuoco sta mangiando ettari ed ettari di bosco, la casa di tantissimi animali e minaccia le case.

Guardiamo attoniti l’impegno sovrumano che viene messo dai #vigilidefuoco e dai #gasilci. dalla protezione civile e da tantissimi volontari.

In questo frangente mi è venuta in mente una delle più belle poesie di Srečko Kosovel, il grande cantore del #Carso, una poesia che parla dei maestosi pini, piante secolari “come guardie sotto la vetta”.

Una poesia che riporto qui sotto con a fronte la traduzione di Michele Obit (pubblicata nella raccolta antologica Quel Carso Felice della Transalpina Editore, 2017) e di cui esiste anche una versione musicata da Alojz Srebotnjak che potete sentire nel link.

www.youtube.com/watch?v=FgoZ_P5Y1c8

Srečko Kosovel: Bori Srečko Kosovel: Pini (trad. di Michele Obit)

Bori, bori v tihi grozi, Pini, pini nel muto orrore,

bori, bori v nemi grozi, pini, pini nel silente orrore,

bori, bori, bori, bori! pini, pini, pini, pini!

Bori, bori, temni bori Pini, pini, tetri pini

kakor stražniki pod goro come guardie sotto la vetta

preko kamenite gmajne per le lande pietrose

težko, trudno šepetajo. sussurrano grevi e stanchi.

Kadar bolna duša skloni Quando l’anima sofferta si china

v jasni noči se čez gore, oltre le vette nella chiara notte,

čujem pritajene zvoke sento i suoni soffocati

in ne morem več zaspati. e più non so dormire.

«Trudno sanjajoči bori, “Stanchi sognanti pini,

ali umirajo mi bratje, muoiono forse i miei fratelli,

ali umira moja mati, muore forse mia madre

ali kliče me moj oče?» o è mio padre a chiamarmi?”

Brez odgovora vršijo Senza risposta mormorano

kakor v trudnih, ubitih sanjah, come gravati da sogni angosciosi,

ko da umira moja mati, come se morisse mia madre,

ko da kliče me moj oče, come se chiamasse mio padre

ko da so mi bolni bratje. e sofferenti fossero i miei fratelli.

da fb

Slemenova Spica — Camminabimbi

Uno dei più spettacolari punti panoramici delle Alpi Giulie raggiungibile lungo un bel sentiero dal passo Vrsic in Slovenia. Avvicinamento:  La camminata ha inizio dal Passo Vrsic (Passo della Moistrocca) in Slovenia, raggiungibile o da Tarvisio via Kranjska Gora o da Plezzo (Bovec). Arrivati al culmine del passo, c’è la possibilità di parcheggiare lungo la […]

Slemenova Spica — Camminabimbi

SLOVENIJA: Poletna ohladitev na vrhu Vogla (1.922 m) — Andreja’s WORLD

V tem tednu nas je pa pošteno pregrelo. V soboto sva se morala umakniti višje, kjer se da vsaj malo dihati. Za planinski izlet sva si izbrala Vogel (1.922 m), ki ga še nikoli nisva obiskala. Seveda sva že bila večkrat z gondolo na “Voglu” in se malce sprehodila, ampak planinarila pa v teh koncih […]

SLOVENIJA: Poletna ohladitev na vrhu Vogla (1.922 m) — Andreja’s WORLD

Preko šest mostov — u t r i n k i

Pohod šestih mostov, s katerim krajani Mosta na Soči, Volč in Tolmina promovirajo čim prejšnjo obnovo mostu in novogradnjo treh brvi, ki bi posodobili prometne in peš tokove in nadgradili turistično infrastrukturo. Do takrat pa nas na mestih dveh brvi prepeljejo preko reke Soče s splavom in rafti… Še posebej zaželjena je brv med Tolminom […]

Preko šest mostov — u t r i n k i
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