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Nasce Izba, nuovo luogo di ritrovo a Topolò

Nasce, a Topolò, Izba (o Izba-r, sul nome definitivo c’è ancora discussione), un piccolo spazio accanto al chiosco (struttura che funge da luogo di ristoro solamente durante la Postaja) che è stato da poco affidato in comodato dall’amministrazione comunale di Grimacco all’Associazione Robida, un gruppo di giovani che sta dando davvero nuova linfa al paese.
Izba (“Nelle case della Benečija l’izba è la stanza vicina alla cucina solitamente scaldata dalla peč. Qui si mangiava, si raccontavano storie e alle volte si dormiva, una stanza calda e accogliente. Questo è un po’ quello che vorremmo diventasse e nei prossimi mesi ci metteremo al lavoro, sperando di potervi invitare già questa primavera” spiega l’associazione) sarà un bar caffè con uno spazio di coworking, quindi possibilità di sala concerti, studio radiofonico, punto informazioni, galleria, sala di lettura, spazio per laboratori e altro. In primo luogo comunque ospiterà, come tanti bar/circoli gestiti da associazioni, i soci di Robida e quelli delle altre due associazioni che partecipano a questo progetto, ovvero l’associazione Topolò-Topoluove e il circolo culturale Rečan_Aldo Klodič.
I soci di Robida, spiega l’associazione invitando ad iscriversi, non solo avranno accesso al locale, ma verranno anche aggiornati sulle attività organizzate e potranno loro stessi proporre idee per rendere il luogo un po’ di tutti e un po’ speciale.

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Capuccetto rosso, il lupo e le zone montane

Una certa scuola di pensiero (a volte frettolosamente definita come neo-populista) propone un atteggiamento critico verso ciò che la millenaria cultura occidentale definisce come indiscutibile, ovvero la «legge» – nel senso istituzionale del termine –, e tutto ciò che essa rappresenta; e in particolare tutto ciò che la legge rappresenta sul territorio e sulla configurazione centro-periferia che il territorio «pianificato» e «programmato» assume nei sistemi più evoluti (diciamo, nella nostra Regione, a partire dagli anni ‘60). Di fatto, in certe situazioni, la «legge» diventerebbe, piuttosto che il pilastro sul quale si fonda la stessa idea di sodalizio civile, lo strumento che nuove e vecchie elite centralistiche use- rebbero verso le periferie, cioè verso i popoli che rappresentano. Questi, dal canto loro, alla fine di un ciclo di modernizzazione, ma anche di sviluppo distorto, sarebbero incapaci di districarsi tra «lacci e lacciuoli» di una «cosa pubblica» ormai degenerata in un «lupo» burocratico.

Senza voler fare troppa filosofia, e senza nulla voler concedere a qualsiasi atteggiamento semplificatorio, è evidente che la democrazia matura (di «fine ciclo») tende a essere afflitta da questa «malattia», dalla tendenza cioè a complicare, a rimuovere (piuttosto che a risolvere) i problemi, fino al punto di fare dell’«amministrazione », nel complesso, il volto di una nuova tirannia; che diventa a volte anche l’alibi per non fare nulla, cioè il «lupo» a cui attribuire ogni colpa (la «bolla» burocratica che «divora» qualsiasi energia, qualsiasi iniziativa ecc.). Come fare? Senza amministrazione, senza apparato, senza leggi, ovviamente non si può nulla.

Allo stesso tempo è evidente che i sistemi umani tendono a perdere capacità di rinnovamento, a diventare nel tempo troppo complessi (perché la complessità aumenta in modo esponenziale): devono affrontare sempre nuovi problemi (es. oggi la pandemia, ma anche la rivoluzione tecnologica, le tensioni indotte dalla globalizzazione, un welfare sempre più costoso), che solo il «pubblico» può provare a risolvere.

È un discorso molto ampio, ma che significa molto per la nostra locale e piccola realtà di montagna, come in genere per qualsiasi periferia, sia sul territorio, che nell’economia, sia per la cultura che per le questioni che riguardano l’identità: per la minoranza slovena, in particolare, come per tutte le minoranze, significa rischio di emarginazione, sottosviluppo, spopolamento, e soprattutto significa una frattura (appunto tra centro e periferia) che porta ben presto all’incomunicabilità, eventualmente al conflitto, più spesso all’autodistruzione (è la storia recente degli insediamenti montani in tutta la Regione, a rischio di estinzione). È sufficiente – per parlare solo delle nostre valli – una gita tra Benecia e Tarvisiano, nelle valli del Torre e del Natisone, per rendersi conto di quanto inefficace sia stata la politica degli ultimi decenni: ovunque rovine, paesi spopolati, caserme e capannoni dismessi, grandi superfici in stato di abbandono (a rischio di proliferazione di discariche illegali), infrastrutture inutili o inutilizzate, e anche e ovunque un’insopportabile sensazione di spreco di risorse. Tutto ciò al contrario delle aree limitrofe – basti pensare alle contigue aree montane, a Trentino e Cadore, senza andare oltre confine.

Tutto ciò è dovuto a fattori difficili da comprendere (di tipo culturale, generazione, identitario), ma anche a iniziative sbagliate, e a una serie di errori imperdonabili sia della politica, che della società in genere.

A volte sembra che qui – in particolare – la politica semplicemente giri a vuoto, impegnata in problemi tutto sommato secondari (per es. a ridisegnare la ripartizione geo-amministrativa, tra UTI, ITU, ATO, riverberando le battute di Mario Marenco, una battuta che mi concedo, ma che vale solo per i meno giovani), a destrutturare le riforme realizzate dalle amministrazioni precedenti, a discutere di grandi progetti che si sa già in partenza non saranno realizzati; e, da un altro punto di vista, ad affrontare ristrettezze e carenze nella conduzione quotidiana di comunità sempre più in crisi.

A questo riguardo, lodevole è l’intento di elaborare nuove leggi sulla montagna, che – leggendo le bozze – sembrano rispecchiare una nuova consapevolezza, per cercare di avvicinare la società alle élites; ma forse è giunto il momento di tentare nuove strade. Forse è il momento di cambiare: l’intervento della politica – nella ricerca di qualche cosa di «organico » da programmare e pianificare – rischia ancora una volta di sbagliare, e comunque di produrre qualcosa che non viene percepita come utile dalla popolazione. È evidente che ormai la spesa pubblica – senza che per questo Keynes debba rivoltarsi nella tomba – ha perso in efficacia, così come l’iniziativa pubblica in genere (per motivi che abbiamo altre volte cercato di comprendere). Gli strumenti di cui si avvale appaiono «spuntati», e in altri casi ridondanti o auto-referenziali, a volte semplicemente vani. Un fatto che riguarda sia i servizi essenziali (la conduzione delle attività quotidiana), che le funzioni strategiche della politica.

È evidente che per il trasporto pubblico è necessario elaborare certi standard di accessibilità, fasce ora- rie, itinerari, capacità, e che a volte è meglio distribuire un «coupon» per un taxi locale, piuttosto che far girare corriere sempre vuote: quello che manca è l’abbonamento «all inclusive », che per altre regioni è da tempo prassi normale, un dispositivo integrato tra bus a chiamata, taxi, treno ecc., di semplice fruizione (ma che da noi non si riesce per qualche motivo a ottenere). Così un po’ per tutto: sotto certe soglie diventa tutto troppo complicato, con servizi essenziali che esistono «sulla carta», non sempre nella realtà. Senza negozi di prossimità, pediatra, asili nido (con costi accessibili anche per ISEE di fascia media, è incredibile che nessuno ci pensi), senza neppure osteria, bancomat, pompa di benzina e fermata del bus nessuno resterà nei paesi (nel mio paese hanno chiuso in sequenza negli ultimi anni negozio, posta, asilo, e anche la scuola orgogliosamente intitolata ad Armando Diaz, non solo generale vittorioso sugli austriaci ma anche ministro del Duce, complice della «bonifica etnica » di cui il Duce è stato promotore in quegli anni); infine ha «chiuso» anche la messa domenicale: come si discute tra paesani, speriamo che non chiuda almeno il cimitero (magari chiederanno l’ISEE anche per andare all’altro mondo).

Qualche cosa del genere riguarda anche l’economia. È evidente che senza una politica di filiera – nell’economia del bosco, nelle attività artigianali e commerciali, nelle energie rinnovabili – non è possibile mantenere in loco alcuna economia efficiente, in grado di auto-alimentarsi e di rendersi indipendente da «sussidi» esterni.

Senza una certa economia agraria (dall’orto di casa ai nuovi settori del bio-organico, alle tante straordinarie malghe ormai semi-deserte), le fattorie sono destinate a svuotarsi, così come in genere comunità e insediamenti con una storia millenaria: intere stratificazioni di edificato, di paesaggio, di tradizioni materiali e immateriali, di grande pregio, sono ormai a rischio di degrado irreversibile, così come intere vallate a rischio di desertificazione – una questione che oltre a tutto pone il problema di costi insopportabili per tutta l’amministrazione, visto che il territorio abbandonato rappresenta un costo netto da molti punti di vista.

Un fatto, questo, che rende evidente il carattere obsoleto del principale strumento di cui la politica della montagna degli ultimi decenni (dal 5B in poi, tanto per capirsi, erano proprio i tempi di Mario Marenco e di Alto Gradimento), cioè il «contributo » – altrimenti detto «sussidio», ristoro, sostegno ecc., mito e tabù di un’epoca: uno strumento che, come molte altre «misure», ormai, non riesce che in minima parte a colpire nel segno, che più spesso viene utilizzato troppo tardi, rischiando di rappresentare fondamentalmente uno spreco; e che a volte sembra essere ben presto «preda» di lobby ormai ben infiltrate negli apparti.

Forse è il caso di sfatare il tabù: il «contributo» viene erogato dopo un ciclo di programmazioni, di progettazioni, di controlli (ex post ed ex ante, oltre che «durante», cioè nel periodo in cui viene concretamente utilizzato), finendo spesso per cadere fuori dal bersaglio per il semplice fatto che la realtà, in cui le iniziative economiche devono svolgersi, corre in modo molto più veloce. Si tratta di procedure molto costose, cui si dedica ormai una parte consistente dell’apparato (come si usa dire, ormai sono più quelli che controllano che quelli che lavorano).

Di fatto, secondo alcuni calcoli, il beneficio che il «contributo» produce (il moltiplicatore) per individui, famiglie, imprese, comunità locali, detratte spese di gestione, accessorie, di istruttoria, garanzie, rischio, controlli di merito, di legittimità, e quant’altro, si dimezza, o anche si dissolve del tutto (come evidentemente è successo sino ad ora).

Molte delle spese che lo stesso «contributo» va a coprire sono generate dallo stesso funzionamento amministrativo a scale diverse (locali, regionali, nazionali, comunitarie, «globali»). Di fatto l’impatto che il «contributo» produce si rivela spesso essere nullo.

(Igor Jelen, docente di geografia politica ed economica all’Università di Trieste)

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Cartellonistica in Sloveno a Porzus e Subit

All’ingresso di alcune frazioni montane del comune di Attimis in cui il dialetto sloveno è ancora vivo e parlato, nei giorni scorsi sono stati posti cartelli aggiuntivi a quelli col toponimo italiano, riportanti il toponimo in dialetto sloveno.

L’iniziativa del Comune segue all’apposizione di cartelli bilingui, da parte dell’Uti del Torre, di cartelli coi toponimi in italiano e friulano nelle frazioni della sua parte in pianura. Alllora, nelle frazioni del comune di Attimis in cui il dialetto sloveno è parlato, l’Uti del Torre aveva fatto installare cartelli col solo toponimo in italiano.

L’installazione dei cartelli aggiuntivi coi toponimi in dialetto sloveno guarda alla valorizzazione del trilinguismo sul territorio comunale, dove accanto all’italiano sono parlate anche le locali varianti di friulano e sloveno.

Peccato che i cartelli aggiuntivi riportanti il toponimo in dialetto sloveno, a differenza di quelli che nelle frazioni di pianura già riportano in toponimi in italiano e friulano, non siano a norma di legge.

I cartelli aggiuntivi, infatti, riportano il toponimo in dialetto sloveno con minore dignità grafica rispetto al toponimo italiano.

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A Pasqua messa in sloveno

Per il secondo anno consecutivo, la Settimana Santa si celebra nel contesto della pandemia da Covid-19, con significative restrizioni per contenere il diffondersi del contagio, ma per fortuna, rispetto al 2020, con la possibilità di partecipare in presenza alle diverse celebrazioni. La Santa Messa in sloveno nella chiesa parrocchiale di San Pietro al Natisone sarà celebrata nel giorno di Pasqua (domenica 4 aprile) alle 18.

Velikonočna maša po slovensko_A Pasqua messa in sloveno

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Pasqua in Val Canale

Quest’anno nelle chiese della Valcanale sono stati di nuovo allestiti i Santi sepolcri, che nel periodo ci ricordano il Sepolcro in cui giacque Cristo. In considerazione delle norme di contenimento della pandemia, condividiamo con voi le foto di qualche anno fa.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Iscrizioni in sloveno infisse vicino all’ingresso in chiesa. Un tempo il dialetto sloveno zegliano di San Leopoldo era la principale lingua d’uso paesana, presente anche in chiesa nella versione letteraria.

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USANZE PASQUALI NELLA SLAVIA FRIULANA

UNA DELLE USANZE PASQUALI  RADICATE E VIVE ANCORA OGGI IN ALCUNI PAESI NELLA BENEČIJA È, OLTRE ALLA BENEDIZIONE DELL’ULIVO, LA BENEDIZIONE DEL PANE,DEL VINO,DELLE UOVA COLORATE CON LE ERBE E DEI DOLCI PASQUALI (GUBANA NELLE VALLI DEL NATISONE).
A ZAVARH/VILLANOVA DELLE GROTTE DEI PANINI DOLCI,APPOSITAMENTE PREPARATI, VENGONO BENEDETTI ALLA FINE DELLA MESSA E POI OFFERTI AI PARTECIPANTI.
GRAGIULA 001

gragiula o raganella

Una volta,durante la settimana Santa,quando le campane non suonavano,i bambini andavano per il paese e suonavano con”la gragiula” o “raganella”dal quindicinale dom.http://www.dom.it/velikonone-navadeemle-tradizioni-di-pasquaem/La Pasqua è la festa cristiana più antica e più sentita, in cui si commemorano la passione, la morte e la resurrezione di Gesù. Non si tratta, però, solo di una commemorazione: nella liturgia della Settimana Santa partecipiamo ai misteri della fede. Cristo è risorto di notte, o meglio, all’alba del primo giorno della settimana, che venne per questo chiamato «giorno del Signore. Quella notte è stata fondamentale per tutto il genere umano: in quella notte è iniziata una nuova era della storia dell’uomo.È interessante notare che gli sloveni chiamano la Pasqua «Velika noč», ovvero «grande notte». Quest’espressione deriva dalla liturgia aquileiese. La cerimonia antica, infatti, prevedeva una lunga vigilia notturna che terminava al mattino con una processione al sepolcro di Gesù. Questa processione viene effettuata ancora in alcuni luoghi della Slovenia con la statua del Cristo Risorto.Anche nelle Valli del Natisone si sono conservate ancora oggi molte tradizioni. In questa zona, alcuni dei simboli di questa festività sono le uova dipinte e le colombine che si portano a benedire il Sabato Santo.

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Valli del Natisone – Drenchia

Potrebbe essere un'immagine raffigurante natura e albero
foto di Edoardo Casali

Drenchia (Dreka in slovenoDrèncje in friulano) è un comune italiano sparso di 102 abitanti del Friuli-Venezia Giulia. La frazione Cras ospita la sede comunale. Attualmente è il più piccolo comune della regione per numero di abitanti residenti.

L’etimologia del toponimo è incerta; una ipotesi la fa risalire alla parola slovena dren che significa albero di corniolo, pianta molto presente nell’area comunale; il toponimo viene menzionato, per la prima volta, nell’anno 1295 “homines ville Tranche”.

Secondo i dati del censimento effettuato nel 1971, il 57,3% della popolazione del comune di Drenchia si dichiarava appartenente alla minoranza linguistica slovena.

Attualmente, accanto alla lingua italiana, è ufficialmente tutelata anche la lingua slovena.

In armonia a quanto stabilito dalle legge 38/2011 Norme a tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli Venezia Giulia, nelle insegne pubbliche e nella toponomastica viene utilizzata la formulazione bilingue.

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(O)lifavica-DOMENICA DELLE PALME

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Chiesa di San Giorgio -Sveti Jurij Bardo-Lusevera

Lusevera-Bardo

Te dan na (O)lifavicu semo šli sousje po olif,tuò ke nu diélajo še nas judje.A zàt semò a neslì ta kišì ,ke potin te stari,kar o paršou hùd timp su a sažgali.Su a sažgali ta-na orade,ta- na zuna (.).(.). Su se žénali kudan ,nič druzaa,niésu gali nič. Su zuoniéli  zuoni ,kar to bo hud tìmp so zuoniéli zuoni :alòre judje su šli po te olif žénani,su daaržali te stari e se tu niésu miéli taa staraa ,su uzéli nu mar taa novaa,ne, ma nu niesu mai sažgali usaa ,zake tu -u kìši o miéu bitì simpri te zénani olif. Kar o mar katéri ke su paršli ženuuat alòre su tu u den bujùt tu -u nu riéč uodu anu olif, ke saka kiša na a miéla.

dal numero unico Zavarh 27 žetnjaka 1997 a cura del Centro ricerche culturali Bardo

Nel giorno della Domenica delle Palme tutti andavamo a prendere l’olivo,ciò che fa ancor oggi la nostra gente. Tutti lo portavano a casa e quello vecchio quando era brutto  tempo veniva bruciato all’aperto nel campo.Con l’olivo ci  si benediva. Quando era brutto tempo suonavano le campane,allora la gente prendeva l’olivo, teneva quello vecchio e se non lo aveva usava un po’ di quello nuovo.Ma non lo bruciava tutto,perchè in casa doveva esserci sempre l’olivo benedetto .

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Appello a Draghi per le minoranze linguistiche

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La senatrice di lingua slovena Tatjana Rojc chiede al nuovo
Governo di assicurare la rappresentanza degli sloveni in
Parlamento
«Un appello a un diritto fondamentale che in Europa
definisce l’identità di oltre 50 milioni di persone, che
sono gli appartenenti a minoranze linguistiche o nazionali, seguendo la forte linea europeista che il Governo
propone». Lo ha lanciato oggi la senatrice Tatjana Rojc
(Pd) intervenendo a Palazzo Madama per dichiarare la
fiducia al Governo Draghi, che ha ringraziato «per l’alto e puntuale discorso programmatico che condivido
largamente».
Ricordato che «l’Italia oggi riconosce 12 minoranze
linguistiche su tutto il territorio», Rojc ha chiesto che sia
«finalmente ratificata la Carta europea delle lingue minoritarie e regionali che si aspetta dal 1992, importante per molte Regioni italiane, tra le quali il Friuli Venezia
Giulia in cui convivono, oltre a quella italiana, anche le
comunità di lingua friulana, tedesca e slovena».
Relativamente alla minoranza slovena, la senatrice ha
sottolineato che «la legge di tutela 38/2001 proprio in
questi giorni compie 20 anni ma ancora non è attuata
del tutto» in particolare all’art. 26 in cui vi è «l’impegno
dello Stato a facilitare l’elezione di un rappresentante
nelle due Camere».
«Assicurare agli sloveni in Italia di veder garantito il
diritto di rappresentanza almeno in un’ala del Parlamento – ha concluso Rojc – significa rispettare il dettato costituzionale, ma è anche una solenne dichiarazione sulla qualità della nostra democrazia».

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