La vitamina D: un toccasana per le ossa — Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Con il termine di vitamina D ci si riferisce sia alla vitamina D2 che alla vitamina D3, entrambe presenti in alcuni alimenti e negli integratori alimentari. Si tratta di forme inattive che vengono convertite in calcitriolo dopo essere passate attraverso il fegato e i reni. Il calcitriolo è la vitamina D fisiologicamente attiva.null Anche se gli alimenti possono […]

La vitamina D: un toccasana per le ossa — Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

IL NOCE

Potrebbe essere un'immagine raffigurante cibo

Sua maestà il noce di

Raffaele Tesolin

Si pianta usando distanze molto larghe: 7 metri tra le file e da 4 a 6 metri sulla fila. Si mettono a dimora piante in vaso, micro propagate, di 6 mesi. Piante più grandi non servono. Non si guadagna tempo e si buttano via soldi, come dice il mio amico Eugenio Cozzolino, grande esperto di noce.Si allevano le piante ad asse centrale, in cui si sviluppano 6 branche a lunghezza decrescente dal basso verso l’alto. La potatura di allevamento è minima, ma richiede alcuni accorgimenti. Una volta messo a dimora l’astone, questo viene cimato alla fine del primo anno a 1,80 m. Un piccolo accorgimento al secondo anno: dove si devono formare le branche, la gemma principale viene eliminata (con un coltellino) a favore della gemma secondaria, che dà un germoglio più aperto.Una volta realizzata la struttura della pianta, la potatura si limita ad eliminare i rami e le branche deboli e in deperimento.Parliamo anche di soldi. Quanto rende un impianto di noci? 4-5 tonnellate/ha in piena produzione, ma un bravo coltivatore, usando le varietà che producono anche sui rami laterali, può arrivare a 8-10 tonnellate. A 5-6 Euro/kg per noci sgusciate, parliamo di 20 mila Euro ad ettaro per i produttori meno bravi, una rendita che può salire fino a 30-60 mila Euro per i più bravi.Molti ascoltatori avranno notato che in certe annate molte noci hanno il verme. È un problema e se si vuole mangiare noci bisogna trattare contro il verme della noce. Un paio di trattamenti a stagione sono sufficienti, ma bisogna farli al momento giusto. Il servizio fitosanitario dell’ERSA può venire incontro, monitorando i voli primaverili dell’insetto e avvertendo sul sito web quando è il momento di trattare.

da vita nei campi

Del tarassaco, come per il maiale, non si butta via niente

da vita nei campi

di Roberto Zottar

Siamo di nuovo in ‘giallo’ non per altro, ma perché il paesaggio della regione al sole di primavera si colora con la fioritura del tarassaco. Dente di leone, dente di cane, soffione, piscialetto, “brusa oci”, “cicoria salvadega” sono alcuni dei nomi popolari del Taraxacum officinale, ovvero “tale”, “talate”, “arba”, “righesse” o “pissecjàn” secondo la tradizione linguistica dei paesi friulani e delle vallate carniche. È un’erba di campo dalle mille virtù, una vera “farmacia” vegetale con proprietà rinfrescanti e depurative, con tanti nomi quanti sono gli usi che se ne può fare. È un po’ come il maiale di cui non si butta via niente, tanto che la sapienza contadina lo ha saputo usare anche in cucina. Lo stelo si mangia come un asparago, bollito e condito con olio, mentre il fiore, fatto bollire con limone, zucchero e acqua diventa uno sciroppo, il cosiddetto “Sirop di tala”, riconosciuto come P.A.T. – Prodotto Agroalimentare Tradizionale del Friuli Venezia Giulia, che oltre ad essere perfetto da spalmare sul pane, è indicato per tosse, raffreddore e mal di gola. “Il poc”, cioè la radice, si mangia in agrodolce, ma può essere anche tostata e usata come surrogato del caffè. I boccioli, chiamati anche ‘capperi di montagna’, si conservano sotto sale, mentre le foglie tenere ed amarognole si consumano crude o lessate assieme ad altre erbe per la frittata. Per poter apprezzarne al meglio il sapore, ma soprattutto per godere delle sue proprietà officinali, la ricetta più semplice è in insalata con uova sode e con un condimento di lardo sciolto con l’aggiunta di aceto o, secondo antica tradizione, con il siç, il siero inacidito. Per fare degli gnocchi molto gustosi saltate in padella 300 g di tarassaco pulito, salate, e passate poi grossolanamente al mixer. Aggiungete 200 g di ricotta, 3 uova, 100 g di farina, 60 g di grana, un cucchiaio di maizena, sale e pepe. Otterrete un composto sodo ma morbido da cui, con due cucchiai, realizzerete degli gnocchi da cuocere subito in acqua bollente salata. Per condire fondete del burro con foglie di salvia e anelli di cipolla e fatevi rosolare delle striscioline di pancetta. Servite gli gnocchi conditi, spolverizzati di formaggio e decorati con alcune foglie di tarassaco scottate e, se volete, un fiore giallo. In questo splendido primo piatto l’amarognolo dell’erba si sposa perfettamente con il dolce della ricotta e della cipolla e la sapida pancetta croccante completa il gusto.Buon appetito!

RICETTE TIPICHE

Ricette delle Valli del Natisone

Le Sope o Šnite
Frittelle di pane imbevuto con latte e tuorlo

4 Fette di pane vecchio
latte 100 ml
2 uova
Sale un pizzico
Un cucchiaino di grappa

Procedimento:
Preparare le uova sbattute con il latte, sale e grappa; bagnare il pane immergendolo nel liquido e poi friggerle direttamente nell’olio di arachidi bollente fino a doratura.Ricetta di Stulin Liliana di Tribil Superiore di Stregna.

da https://www.facebook.com/notes/antica-valle-del-natisone-quotidiano-storico-1899-1999/ricette-dalle-valli-del-natisone/584074182094576/

La Torta Glacé dell’antica Pasticceria Paulin di Gorizia

Potrebbe essere un'immagine raffigurante dessert e spazio al chiuso

da vita nei campi

di Roberto Zottar

Oggi vi racconto di una splendida torta dell’antica pasticceria Paulin di Gorizia, purtroppo chiusa molti anni fa. Il fondatore Francesco Paulin aprì la sua offelleria nel 1884 e le sue creazioni dolci divennero presto così famose che ottenne il titolo di «Fornitore Ufficiale della Real Casa d’Austria» e impresse sugli stampi questo prestigioso riconoscimento. Tra i suoi dolci era molto rinomata la torta glacé, realizzata con un fondo di pasta frolla, una bavarese alla crema e ricoperta da pasta sfoglia.Il termine ‘bavarese’ è curiosamente caratterizzato da una alternanza di genere. Il bavarois, cioè ‘il’ bavarese, è un dessert francese, maschile perché il termine sottinteso è ‘budino’ o ‘formaggio’, dolce conosciuto poi in Italia anche come ‘la’ crema bavarese. Oggi ci siamo dimenticati del termine ‘crema’ e da maschile il dolce lo chiamiamo al femminile, ‘la’ bavarese. ‘La’ bavarese in origine però era una bevanda tedesca, composta da tè, latte e liquore, inventata agli inizi del ‘700 dai cuochi francesi dei principi Wittelsbach, casa regnante di Baviera. Nell’Ottocento in Francia, nacque il bavarois, ispirato appunto alla bevanda. La versione originale del dolce prevedeva una crema inglese addensata con gelatina, panna montata e vaniglia con l’eventuale aggiunta di uno strato di pan di Spagna inzuppato con uno sciroppo alcolico. Alla crema si potevano aggiungere cioccolato, caffè o frutta fresca o candita o confettura. La ricetta è codificata nell’Ottocento dal famoso chef francese Marie-Antoine Carême sotto il nome di fromage bavarois, formaggio bavarese, per il suo aspetto simile ad un formaggio fresco. La ricetta della torta glacè di Paulin è ancora gelosamente custodita dagli eredi, ma ho ritrovato una sua versione nel ricettario manoscritto di Margherita Culot, classe 1903, che lavorò nella pasticceria dal 1919: è in pratica una baverese di crema inglese con gelatina e panna montataPer due torte da 26 cm, sbattete 6 tuorli con 3 etti di zucchero, aromatizzate con due cucchiai di marsala secco, stemperate con 1 litro di latte caldo e fate addensare la crema sul fuoco senza superare 83° gradi. Aggiungete alla crema 5 fogli di colla di pesce reidratata in acqua. Quando il composto raggiunge i 30° aggiungete delicatamente ½ litro di panna montata e versate in una tortiera sul cui fondo avete messo un disco di pasta frolla cotta. Fate consolidare in frigorifero per almeno 6 ore. Nella pasticceria Paulin la torta era rifinita sopra con un disco di pasta sfoglia e zucchero a velo.

Una storia del cavolo

Potrebbe essere un'immagine raffigurante cibo e natura

Una storia del cavolo_1 di Adriano Del Fabro

da vita nei campi

In ogni orto friulano che si rispetti, vi è uno strop di cavoli. O, almeno, della famiglia: cavolo verza, cavolo cappuccio, verzottino… Questi ortaggi durano a lungo, sono abbastanza resistenti al freddo, produttivi e adatti alla trasformazione per l’utilizzo alimentare invernale. Le eccedenze di prodotto, un tempo, venivano barattate con i fagioli o con la frutta. Le foglie esterne o quelle delle piante troppo mature, entravano nella dieta del maiale di casa. Il dottor Geremia Simeoni di Cassacco, che esercitò l’arte medica nella seconda metà del Quattrocento, assegna ai cavoli freschi le virtù di migliorare la vista, far aumentare il latte delle puerpere e “soccorrere la voce roca”. Il poeta venzonese Nicolò Monrupino, vissuto tra il 1528 e il 1570, fra i suoi versi di “Lode al Primo d’agosto”, associa le verze cotte con prosciutti e cervella. In una locanda di Forni di Sopra, nel novembre del 1706, a un drappello militare di passaggio vennero serviti, tra l’altro, broccoli in umido, broccoli alla griglia e capucij.Nel 1708, nella lista delle cibarie acquistate dal sacerdote di Palazzolo dello Stella, Antonio Gregoratto, entra anche il craut.La ricerca statistica promossa dal governo francese nel 1807, registra che a Cercivento e Paularo, tra l’altro, si coltivavano cavoli, “capucci e altri erbaggi”.Secondo un documento datato 1820, a Sauris il craut (cavolo cappuccio fermentato) era parte consolidata dei pranzi-tipo degli abitanti del posto.Nella descrizione delle orticole coltivate nel Monfalconese, stesa dall’abate Leonardo Brumati, nel 1844, l’uso del cavolo cappuccio viene indicato come componente della preparazione dei crauti. La Società agraria friulana, all’interno dei “Cenni sulle condizioni meteorologiche, economiche e sanitarie della Carnia relativamente all’anno 1863”, scrive: “I cavoli, le verze, gli asparagi e gli altri erbaggi ebbero quest’anno poco vigore; ciò dicasi specialmente dei cavoli bianchi (cappucci), che sono per la Carnia un interessante prodotto, perché, pestuggiati, se ne fa il così detto crauto, ottimo cibo per tutto l’anno”.La contessa Giuseppina Perusini Antonini, a metà degli anni Sessanta, mise insieme la raccolta dei testi che poi avrebbe pubblicato poco tempo dopo. Ecco cosa scrisse al capitolo dedicato alle verze e ai broccoli. “Le verze erano, con le rape, uno degli ortaggi più diffusi presso il popolo, come si è già notato. Diverse sono le varietà; venivano cucinate in tegame oppure lessate e anche mangiate crude condite con olio e aceto. Le foglie delle verze tagliuzzate e messe a inacidire in bariletti di legno con aceto e sale, davano i crauti (craut) di importazione forse austriaca, meno diffusi della brovade, tuttavia noti fino dal secolo XVI. Anche i broccoli venivano lessati e conditi in insalata”.

ASPARAGI SELVATICI

Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone, trecce e cibo
foto di Suzana Pertot

L’asparago selvatico (Asparagus acutifolius) è una piccola pianta sempreverde cespugliosa, perenne, della famiglia delle Liliaceae reperibile in tutto il bacino del Mediterraneo. I nomi comuni “asparago spinoso” e “asparago pungente” derivano dalle caratteristiche spine poste alla base dell’apparato fogliare; è pianta caratteristica della macchia mediterranea.

Da non confondersi con il luppolo selvatico o con i germogli di pungitopo (entrambi chiamati anche “asparagi selvatici”), i cui germogli vengono ancora oggi raccolti a primavera nelle campagne e nei luoghi incolti per farne ottimi risotti, frittate e minestre

I germogli dal sapore amarognolo sono spesso utilizzati in cucina per fare frittate o sughi; molto apprezzato il risotto con asparagi. Gli asparagi germogliano in primavera e sono molto più piccoli, ma anche più saporiti dei comuni asparagi coltivati; vengono raccolti allo stadio di getti immaturi (germogli), si possono cogliere più volte.
Occorre fare attenzione nella raccolta staccando accuratamente il getto dalla base, senza strapparlo o danneggiare il cespo sotterraneo; queste precauzioni permettono che il cespo produca ancora getti.
In stagione di primavera avanzata occorre sospendere la raccolta e permettere la normale vegetazione dello stelo, la produzione delle foglie spinose, la fioritura (e la fruttificazione). La vegetazione completa consente l’accumulo di sostanze di riserva nel cespo sotterraneo che alimentano la vegetazione dell’anno successivo; questa cura permette la sopravvivenze della pianta per molti anni.

L’Asparagus acutifolius può essere coltivato in orto mediante impianto dei cespi o per seme; l’impianto opportunamente condotto (concimazioni, diserbo, potatura di rinnovo degli steli, interruzione della raccolta a fine primavera) ha una durata poliennale. La raccolta dal coltivato evita il danneggiamento della flora spontanea.

da https://it.wikipedia.org/wiki/Asparagus_acutifolius

Italian Recipe: Blueberry jam and smoked ricotta tart — The Writer’s Mountain Hut

This blueberry jam and smoked ricotta tart taste like mountains. Try it to dream of a sweet breakfast in the Italian Alps. *** Questa crostata con marmellata ai mirtilli e ricotta affumicata ha il sapore di una colazione tra le Alpi. Da cucinare per stupire gli amici e quando la nostalgia per le montagne si fa più forte.

Italian Recipe: Blueberry jam and smoked ricotta tart — The Writer’s Mountain Hut

Consuma per errore una pianta velenosa, muore intossicato

Attenzione alle erbe,ce ne sono anche di mortali

 Fatale per un uomo di 62 anni di Travesio, Valerio Pinzana, l’ingestione di una pianta velenosa che aveva raccolto pensando si trattasse di un’erba commestibile. Stando alle prime ricostruzioni si sarebbe trattato di colchico, o croco, conosciuto anche come ‘falso zafferano’ o ‘arsenico vegetale’, confondendolo con l’aglio orsino.

Forte della sua padronanza in fatto di piante spontanee, escursionista profondo conoscitore del suo territorio, aveva cucinato con quell’erba il pranzo, poi consumato insieme alla compagna, lo scorso 29 marzo.

Poi i primi sintomi, per entrambi, scambiati inizialmente per un altro tipo di patologia, anche perché la donna si trovava in isolamento per aver contratto il Covid. L’uomo è stato ricoverato prima nell’ospedale di Spilimbergo poi le sue condizioni si sono aggravate fino a perdere la vita, questa mattina, nel reparto di terapia intensiva di Pordenone dove era stato trasferito.

Tecnico della Snam Rete Gas, Pinzana lascia il padre, due fratelli, un figlio e la compagna, che è riuscita a salvarsi dall’avvelenamento.

https://www.ilfriuli.it/articolo/cronaca/consuma-per-errore-una-pianta-velenosa-muore-intossicato/2/239634