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Italian Recipe: Blueberry jam and smoked ricotta tart — The Writer’s Mountain Hut

This blueberry jam and smoked ricotta tart taste like mountains. Try it to dream of a sweet breakfast in the Italian Alps. *** Questa crostata con marmellata ai mirtilli e ricotta affumicata ha il sapore di una colazione tra le Alpi. Da cucinare per stupire gli amici e quando la nostalgia per le montagne si fa più forte.

Italian Recipe: Blueberry jam and smoked ricotta tart — The Writer’s Mountain Hut
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Consuma per errore una pianta velenosa, muore intossicato

Attenzione alle erbe,ce ne sono anche di mortali

 Fatale per un uomo di 62 anni di Travesio, Valerio Pinzana, l’ingestione di una pianta velenosa che aveva raccolto pensando si trattasse di un’erba commestibile. Stando alle prime ricostruzioni si sarebbe trattato di colchico, o croco, conosciuto anche come ‘falso zafferano’ o ‘arsenico vegetale’, confondendolo con l’aglio orsino.

Forte della sua padronanza in fatto di piante spontanee, escursionista profondo conoscitore del suo territorio, aveva cucinato con quell’erba il pranzo, poi consumato insieme alla compagna, lo scorso 29 marzo.

Poi i primi sintomi, per entrambi, scambiati inizialmente per un altro tipo di patologia, anche perché la donna si trovava in isolamento per aver contratto il Covid. L’uomo è stato ricoverato prima nell’ospedale di Spilimbergo poi le sue condizioni si sono aggravate fino a perdere la vita, questa mattina, nel reparto di terapia intensiva di Pordenone dove era stato trasferito.

Tecnico della Snam Rete Gas, Pinzana lascia il padre, due fratelli, un figlio e la compagna, che è riuscita a salvarsi dall’avvelenamento.

https://www.ilfriuli.it/articolo/cronaca/consuma-per-errore-una-pianta-velenosa-muore-intossicato/2/239634

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LA PETE DI SORC,CIBO DI UN TEMPO

Vita Nei Campi

La pete di sorc, un dolce profumato dal sapore antico

di Roberto Zottar

Dalla zona arancione della zucca, passiamo oggi in zona gialla della farina di polenta!La polenta in regione è condita in ogni modo e fantasia, fino ad arrivare ai vari toç, di burro cotto o strutto o lardo elaborati con farina di mais e latte o vegetali: emblema di povertà, ma invenzione geniale il condire la polenta con un sugo di polenta! Pur essendo un alimento americano foresto, il mais, in ogni sua forma, è diventato nel tempo parte del tutto integrante dell’essere carnico. Con poco zucchero e chicchi di mais, ma anche con quelli di grano saraceno, si facevano, lis sioris o sclopets, che oggi, forse, conosciamo solo con il nome americano di ‘popcorn’! Gianni Cosetti ricordava che la nonna di Quìnis gli riempiva le tasche di ‘pestadice’ cioè delle giuggiolette fatte con chicchi di granoturco saltati in padella e poi caldi pestati in un mortaio con lo zucchero. Un tempo la farina di mais veniva usata anche per cuocere il burro e farlo conservare più a lungo. Per un kg di burro si usavano due etti di farina di polenta: il burro era cotto quando la farina diventava color oro antico. Dopo la cottura il tutto veniva fatto raffreddare: la parte liquida, l’“ont” che oggi chiameremmo burro chiarificato, veniva messo nell’apposito contenitore, la piere da l’ont, mentre la farina, abbrustolita e un po’ così arricchita, in un sistema assolutamente autoctono di elaborazione dei componenti alimentari dove nulla veniva sprecato, diventava un importante ingrediente per una torta, la “pete di sorc”. L’arcaica peta, nome che probabilmente deriva da ‘petà’, cioè ‘schiacciare’, in origine era una schiacciata di farina di sola segala, poi di farine di granoturco e grano miscelate, mai lievitata, magari anche con fettine di lops, cioè mele selvatiche, fichi secchi o qualche cicciola di maiale e uvette. Veniva avvolta in foglie di verza e cotta sotto la cenere. Questa versione indubbiamente poteva risultare un po’ pesante tanto che Piero Adami ricordava che “bisognave vè stomi fuart per digjerile” (bisognava avere uno stomaco forte per digerirla).Gianni Cosetti ci ha lasciato la ricetta di una “pete di sorc” cotta al forno. Per realizzarla dobbiamo partire da 200 g di farina di mais cotta nel burro e raffreddata. A questa si uniscono poi 150 g di farina di mais cruda e 150 di farina 00. Mescolando, unite un uovo, 150 g di zucchero, un pizzico di sale, un bicchiere di latte tiepido e la scorza grattugiata di un limone. Amalgamate fino ad ottenere un composto morbido e omogeno. Versate in una tortiera imburrata da 26 cm, cospargete con 50 g di pangrattato mescolato con un cucchiaio di zucchero e cuocete per 40’ in forno a 150°. Si serve fredda.Ringrazio Michela Urbano per le fotoBuon appetito!

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LE STORIE DI MELAVERDE: RASPELLI A SAN DANIELE DEL FRIULI PER LE TROTE, DOMENICA 21 MARZO — Mincio&Dintorni

Il boom di ascolti per Melaverde e de Le Storie di Melaverde Domenica 21 marzo a partire dalle ore 11:00 su Canale 5, tornano, come di consueto, Le Storie di Melaverde ed il “cronista della gastronomia” Edoardo Raspelli, per un cambio di palinsesto, sarà di nuovo in Friuli, esattamente a San Daniele, non per parlare […]

LE STORIE DI MELAVERDE: RASPELLI A SAN DANIELE DEL FRIULI PER LE TROTE, DOMENICA 21 MARZO — Mincio&Dintorni
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Gnocs di cavoce, ovvero gnocchi di zucca!

 Gnocs di cavoce, ovvero gnocchi di zucca!

di Roberto Zottar

Siamo ancora fortunatamente in zona arancione e non mi riferisco alla pandemia, ma alla disponibilità di zucche al mercato! Conosciuta dai popoli più antichi, tra cui gli Egizi, i Romani, gli Arabi e i Greci, la zucca da sempre ha stimolato la fantasia dell’uomo tanto da essere protagonista sia di molte favole sia, intagliata, della festa di Halloween. Come la conosciamo oggi ci è arrivata però con la scoperta dell’America, anche se le origini sono contese tra Messico ed Asia Meridionale. Discoride e Plinio la definirono “refrigerio della vita umana e balsamo dei guai”. Il termine zucca deriva dal latino “cucutia”, cioè testa, che, passando alla lingua volgare, diventò cocuzza ed infine zucca. È un frutto che si presta a essere cucinato fritto, al forno, al vapore, nel risotto, in pasticci o nelle minestre, o come ingrediente per dolci. Famosi sono i tortelli alla mantovana, ripieni dell’omonima varietà di zucca e di amaretti e nel Veneto è molto gustosa la zucca in savor ottenuta cucinando le fette in padella e marinandole poi con cipolle stufate, aceto, uvetta e pinoli. È chiamata anche il “maiale dei poveri”, perché oltre che alimento per quest’ultimi, di essa “non si butta via niente”. Dai semi crudi si può estrarre olio, mentre quelli essiccati si utilizzano per ottime insalate o snack; i fiori sono buoni fritti e la buccia, svuotata dalla polpa ed asciugata, può diventare un contenitore o addirittura uno strumento musicale come le maracas sudamericane. Oggi vi voglio parlare però di gnocs o, meglio, macaróns di cóce, come li chiamava Cosetti, e Piero Adami ricordava che i macaróns richiedono “un lac di ont sa cusinât”, cioè vanno conditi con un lago di burro cotto. I gnòcs di cavoce, per il dolciastro della zucca, ben si sposano con il sapore affumicato tanto che la tradizione li vuole conditi, oltre che con l’ont, con la “scuete fumade”, la ricotta affumicata. Lucia Pertoldi, con la sua geniale sensibilità gastronomica, ha innovato il piatto “affumicando” direttamente gli gnocchi. Per realizzarli mettete in una terrina 1 kg di zucca mondata già cotta in forno e passata al passaverdura a buchi grossi. Mescolando con un cucchiaio, impastatevi un uovo intero, 2 etti di farina di semola rimacinata, un cucchiaio di parmigiano, un cucchiaino di paprika dolce affumicata, sale, pepe e, volendo, un cucchiaino di aglio orsino secco. Con due cucchiaini preparate degli gnocchetti che verserete in abbondante acqua bollente salata. Sono pronti dopo un paio di minuti da quando vengono a galla. Conditeli a piacere con burro, altra paprika affumicata e parmigiano.Buon appetito! da Vita nei campi

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Cosa si mangiava al tempo dei nonni

Al tempo dei miei nonni, nella Terska dolina/Alta Val Torre c’era molta miseria,era terra di emigrazione.Quelli che non emigravano si dedicavano ai lavori dei campicelli che si trovavano ai piedi del monte Musi,del bosco e della piccola stalla(pecore,capre,mucche).

Il lavoro era faticoso e l’alimentazione molto povera e semplice.Mangiavano i prodotti del proprio campo:la polenta era il cibo giornaliero che era accompagnata da formaggio,uova,patate,fagioli,carote,verze,rape,erbe selvatiche,castagne.La carne si mangiava solo in occasioni speciali , se qualche animale selvatico si prendeva al “laccio” o se si ammalava.Il brodo di gallina si faceva alla partoriente ,perchè prendesse forza.
Quando ammazzavano il maiale allora  mangiavano più carne:salami,salsicce,cotechini,ciccioli ,lardo ecc.
I bambini mangiavano tanta frutta e se questa  era abbondante la nonna  faceva la marmellata,che con tanti figli spariva in poco tempo.
Mi raccontavano che gradita ai bambini era la “konjovica”:fette di pane raffermo ammollato nel vino,passato nell’uovo , fritto nel burro e poi una bella spolverata di zucchero.A volte si facevano le frittelle di mele e i crostoli.
Altri cibi che si facevano erano :
la “ocikana” gnocchi di polenta conditi con burro fuso e formaggio latteria grattugiato;
lo “stak” purea di patate con tegoline condite con lardo fuso;
il “frico” duro o di patate e cipolla;
variante della polenta era la “gramperesa”(polenta con patate)per risparmiare la farina di mais.
Quando il salame diventava un po’ vecchio facevano “il salame con l’aceto” 
Il tutto era accompagnato dalla polenta di mais gialla,bianca o mista bianca e gialla.

ocikana
salame con l’aceto

frico

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Le Ceneri/Pepeunica

Il primo giorno di Quaresima è tradizione mangiare aringa,baccalà,sarde in saor e polenta.«Pe Cinise si mangje la renghe». Così dice la tradizione friulana.

Oggi inizia la Quaresima.

Questo periodo in Friuli Venezia Giulia, in passato, veniva chiamato
“I giorni della Renga”. Imperativo era mangiare di magro, la lista delle cose da portare in tavola non lasciava grande scelta.
Per questo motivo è tradizione mangiare l’aringa, già il mercoledì delle Ceneri .

L’aringa, in friulano “renghe o cospetòn”, si cucina in questo modo:

La dissalatura si esegue solitamente immergendo le aringhe nel latte, lasciandole un paio d’ore, e ponendole nell’acqua fredda. Quindi si suole scottarle rapidamente sulla griglia per asciugarle. Qualcuno le fa saltare invece in padella con un po’ d’olio e aglio.
Si lasciano raffreddare (importante), si diliscano e si coprono con olio extra vergine d’oliva lasciandole macerare per almeno 48 ore. Chi lo desidera aggiunge all’olio della cipolla cruda affettata. Dopodichè si gustano in vari modi.

Affumicate o sotto sale, le aringhe fanno parte della tradizione popolare di molte regioni italiane. Leggendaria l’aringa appesa al lume al centro della tavola, in modo da potervi insaporire, per strofinamento, la polenta abbrustolita.

Un altro piatto tradizionale era la “Aringa con il Rati” (“Renghe e Rati”), radice tonda di colore nero (è presente anche una varietà bianca) che viene

L’aringa è un pesce di mare che vive generalmente in banchi. Ha una colorazione tendente al grigio e all’argento sui fianchi e sul ventre, mentre sul dorso assume la tonalità del verde.

da https://www.facebook.com/friuliveneziagiulia.turismo/posts/1055892857767265

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LA BROVADA DOP

da Vita nei Campi

di Adriano del Fabro

Questo alimento invernale, simbolo della tradizione gastronomica friulana, è stato inserito nell’Elenco dei prodotti agroalimentari regionali nel 1999 e protetto con la Dop dal 2011 (il Consorzio di tutela si è costituito nell’agosto del 2020). Le rape utilizzate per la produzione della brovada, appartengono a un ecotipo friulano, selezionato a partire dagli anni Cinquanta del Novecento e iscritto nell’Albo regionale per la tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario e forestale. Il fittone è di colore bianco con colletto viola, con caratteri peculiari relativi alla consistenza e al sapore della polpa. Seminate all’inizio dell’estate, le rape vengono raccolte nei mesi di settembre-ottobre, a seconda dell’andamento meteoclimatico stagionale.La vinaccia, prima dell’utilizzo, deve avere completato il processo di fermentazione con la trasformazione degli zuccheri in alcol e non deve provenire dalla distillazione.Una volta lavate e scollettate, le rape intere vengono inserite negli appositi contenitori, alternando strati di radici con strati di vinaccia. La parte superiore della massa è sempre costituita da vinaccia. Nella creazione degli strati viene utilizzata una quantità di vinaccia che varia dal 25 al 100 per cento del peso delle rape immesse. Gli unici ingredienti ammessi sono: rape, vinacce di uve rosse del Friuli Venezia Giula e acqua. In piccole quantità possono essere aggiunti: sale marino, aceto di vino rosso e vino rosso della regione. Proibito ogni uso di coloranti e conservanti.A caricamento completato, sulla massa così preparata, si applicano dei pesi per assicurare l’immersione del materiale fermentante durante tutto l’arco del processo. L’inacidimento delle rape è dovuto al lavoro dei batteri lattici che trasformano lo zucchero delle stesse in acido lattico durante la fermentazione che si svolge a una temperatura non inferiore ai 10 °C e non superiore ai 22 °C. Si considera concluso il processo fermentativo (dopo circa 35-50 giorni), quando anche le parti interne delle rape hanno assunto il caratteristico colore roseo, un aroma di vinaccia e la completa scomparsa del sentore di vegetale fresco.Oggi, la decina di produttori che rispetta il disciplinare Dop, commercializza annualmente circa 7mila quintali di brovada, proveniente da una cinquantina di ettari delle ex-province di Udine, Pordenone e Gorizia. Dunque, la brovada è una verdura fermentata dal sapore pungente e caratteristico di vinaccia con un pH compreso tra 3,4 e 3,8. Il suo consumo è strettamente stagionale e la sua preparazione può iniziare il 1° settembre e deve terminare entro il 31 marzo. L’immissione al consumo della brovada Dop è ammessa a partire dal 26 settembre e deve concludersi entro il 15 maggio dell’anno successivo.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante attività all'aperto

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Un fiore bello da mangiare

L'immagine può contenere: fiore

di Roberto Zottar

dalla rubrica radiofonica della TgrRaiFVG Vita Nei Campi

Bella e romantica come il profumato fiore, ma decisamente più saporita, la rosa di Gorizia è una delle eccellenze culinarie di questo periodo, annoverata tra i PAT – Prodotti alimentari tradizionali – della nostra Regione e tra i presidi Slow food. L’estetica basterebbe da sola, ma quando il gusto incontra la sua delicata dolcezza e croccantezza si capisce appieno il suo valore e si cambia per sempre la percezione sui radicchi invernali veneti solitamente amari. E’ una coltivazione limitata solo alle campagne di Gorizia i cui segreti vengono gelosamente custoditi e tramandati da poche famiglie produttrici.Questo radicchio che è sostanzialmente una cicoria, un ecotipo di Cichorium intybus varietà sativa, deve il nome alla forma del cespo a bocciolo di rosa, caratterizzato da un colore rosso intenso. La rosa ha anche un fratello più raro e più dolce, il radicchio canarino, che ha le foglie giallo chiaro ed assomiglia ad un uccellino arruffato. La rosa, che esprime un’antica sapienza contadina, non ha origini certe: probabilmente i primi semi furono portati a Gorizia dal Veneto nell’Ottocento e l’ortaggio si è adattato alle condizioni ed alle esigenze locali. La prima citazione di questo radicchio risale al 1873 negli scritti del barone Karl von Czoernig von Czernhausen, funzionario boemo, lo stesso che battezzò Gorizia “la Nizza austriaca” per il suo clima mite.Ma come si ottiene questo ortaggio che è il radicchio più caro del mondo? La tecnica culturale rientra tra le mode di metà Ottocento di forzatura dei radicchi introdotte nel trevigiano dal vivaista belga Van den Borre. Dopo le prime gelate in campo, le piante, raccolte e legate in mazzi, sono messe al buio a 12° per 15 giorni su un letto di torba, mentre nel passato si accatastavano sul letame delle stalle che con il suo calore di fermentazione le preservava dai danni del freddo. Nel tepore umido la pianta riprende a vegetare, il cuore cresce, si colora, diventa croccante e acquisisce un sapore dolce. Al momento della vendita si tolgono le foglie esterne, con uno scarto dell’ottanta percento, e si lavano i piccoli cespi. In cucina, a mio avviso, la rosa di Gorizia non va assolutamente cotta: il radicchio va assaporato crudo e accompagnato da patate e fagioli lessati, uova sode a spicchi oppure solo condito con olio d’oliva, aceto e sale. Anche la piccola radice, tagliata sottile, è ottima da mangiare. Splendido anche assaggiato alla friulana, tagliato in quattro quarti e condito con lis fricis di maiale tostate in padella e sfumate con aceto. Si può servire ridotto a julienne, con appena un filo d’extravergine e del fior di sale, appoggiato su un filetto di branzino cotto al vapore. Un sogno!Buon appetito! da fb