Ciambellone all’acqua

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E per colazione un sofficissimo ciambellone all’acqua!
di Roberto Zottar
dalla rubrica radiofonica della TgrRaiFVG Vita Nei Campi

Raccontare la tavola italiana con le sue tradizioni antiche e le sue tante sfumature regionali che cambiano colore di borgo in borgo è pressoché impossibile. Quando si tratta poi di prima colazione, il tema si fa ancora più intricato perché se la lista di piatti tipici è densa e articolata, altrettanto sfaccettata è quella dei dolci: da biscotti e frolle, a focacce e brioches, ognuno con la sua declinazione locale. La colazione in Italia assume sapori e forme diverse a seconda del luogo, ma ad un esame più attento però scopriamo che in quasi tutte le regioni c’è, con nomi diversi, un ciambellone. Un dolce povero tipico della tradizione contadina, genuino, ma anche molto gustoso, in grado di saziare più persone con poco. Farina, uova, zucchero, latte, burro o olio, lievito sono gli ingredienti dell’impasto, ma alla ricetta base possono essere aggiunti liquore, yogurt, uvetta, canditi, gocce di cioccolato, o cacao nella versione bicolore.
È un dolce presente dal Piemonte alla Sicilia. In Romagna è ciambella o bensone o brazadela, in Veneto bussolà, in Toscana berlingozzo, nelle Marche ciammella strozzosa, in Umbria torcolo al latte. Da noi qualcuno lo chiama Kugelhupf, anche se per me il vero Kugelhupf è solo quello al lievito di birra, e gli sloveni šarkelj o marmorni Kolač.Perciò oggi faremo un ciambellone all’acqua con la ricetta di Adelaide, un’amica di Web. La ricetta è semplice e rapida, ma il risultato è veramente sofficissimo e gustoso. Mettete nel robot 3 uova e 250 g di zucchero e sbattete fino a farle diventare spumose, come si dice “fin che scrive”, aggiungete 130 g di olio di semi, 130 g d’acqua, un po’ di rum e infine 250 g di farina con una bustina di lievito chimico. Il composto alla fine risulterà piuttosto liquido, ma non aggiungete altra farina, è proprio così che deve venire, ed è questo il segreto della sua morbidezza. Imburrate e infarinate uno stampo a ciambella e versatevi i 3/4 del composto. Nel rimanente impasto, se volete, mettete un cucchiaio di cacao amaro, mescolate e versate nello stampo sul composto bianco. Per un effetto poi marmorizzato fate dei cerchi con un coltello. A piacere all’impasto si può aggiungere un pugnetto di uvetta rinvenuta e infarinata.
Cuocete in forno a 180° per circa 40 minuti, farà fede la prova stuzzica dente. Vi assicuro che non avrete mai mangiato un ciambellone così soffice. Quando lo rifarete potete poi anche sostituire l’acqua con latte o anche con succo d’arancia senza poi usare cacao in questo caso.
Buon appetito! 

Gli asparagi

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Degli asparagi robusti di Adriano Del Fabro

Il primo documento friulano in cui si cita l’asparago è legato a un processo. Infatti, il 5 agosto del 1647, don Valentino di Stefano da Forame, viene condannato a 50 lire di multa per vari reati tra i quali c’è anche il furto di asparagi “nell’orto dei nobili di Attimis”.Durante il pranzo di nozze del conte Carlo Gabrielli, celebrate a Udine nel febbraio del 1727, vennero serviti anche gli “sparesi”, assieme a ostriche e carciofi.Nel maggio del 1773, le monache del monastero di Latisana, registrano sul loro libro dei conti, la “spesa in sparesi” per 3,15 lire, reiterata anche nell’aprile del 1774 e negli anni successivi.L’abate codroipese, Domenico Sabbadini, nel 1826, in una sua rima scrive: “Degli asparagi robusti / Che son grati a tutti i gusti, / E di maggio al ritornar / Mai non devono mancar”. La Tipografia Pascatti di San Vito al Tagliamento, nel 1838, diede alle stampe un opuscoletto di autore anonimo, intitolato: “Memoria sulla coltivazione degli asparagi e dei loro usi”.Tra i documenti sottoscritti nel “trattato di Cormòns”, alla fine della III Guerra d’indipendenza, nel 1866, si trova un elenco di prodotti di particolare pregio che comprendeva anche l’asparago bianco di Sant’Andrea di Gorizia. La sua fama venne poi confermata nello scritto del barone Carl von Czoernig: “Gorizia, la Nizza austriaca”, del 1873, dove si ricorda come: ”Il comune di Sant’Andrea nella prossimità di Gorizia coltiva su vasta scala gli asparagi che vengono spediti lontano… D’altro canto gli asparagi sono coltivati già da molto tempo con ottimi risultati sul territorio di Monfalcone che alimenta coi suoi prodotti il mercato di Trieste”. All’Esposizione di prodotti d’orticoltura e giardinaggio del 1868, tenutasi a Gorizia, G. F. del Torre mise in mostra degli “asparagi giganteschi”.In precedenza, nel 1844, l’abate Leonardo Brumati aveva segnalato come la coltivazione degli asparagi fosse presente negli orti familiari della Bisiacaria. Ancor prima, nel 1728, il pittore-incisore Antonio Dall’Agata magnificava i “grossi e bellissimi spariggi” del Collio.Il settimanale “L’Amico del Contadino”, stampato a San Vito al Tagliamento, si occupa della coltivazione degli asparagi pubblicando due articoli tecnici, nel 1847.Nel 1824, il poeta friulano Pietro Zorutti cantava la bontà degli asparagi di Tricesimo inserendoli nelle sette “Rarità del Friuli” e sorprendendosi della grossezza dei turioni di quella località che aveva ricevuto in dono. Il suo stupore venne poi registrato dall’abate Pirona nel Vocabolario friulano del 1928.L’importanza dell’asparagicoltura tricesimana non era sfuggita a Ippolito Nievo che, nella novella “La Santa di Arra” pubblicata nel 1855, menziona il contadino Tita che si reca a “menar gli asparagi sulla piazza di Udine”.

da vita nei campi

C’e’ fico e fico

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Il fico: se in Friuli non piovesse …di Raffaele Testolin

Cominciamo col dire che c’è fico e fico. Alcune varietà producono due volte in un anno: fioroni in primavera (se l’inverno non è stato troppo freddo) e fichi a fine estate; altre producono solo fichi a fine estate.Direi che con noi il Padreterno è stato – come al solito – poco generoso. Al Sud ci sono varietà che producono anche tre volte in un anno. Ad ogni modo ci accontentiamo.Il fatto di produrre 1 o 2 volte è una caratteristica genetica. Bisogna informarsi quando si acquistano le piante. E qui cominciano i dolori del giovane Werther.I ‘Garden center’ spesso si procurano piante da frutto senza andare per il sottile e così, quando andiamo lì per acquistare la pianta di fico, ci troviamo davanti varietà come il ‘Broggiotto’ – bianco o nero che sia -, il ‘Dottato’ o altre piante con il cartellino ‘fico comune’. Certamente le due varietà che ho citato sono tra le migliori varietà italiane, ma non vanno bene da noi. Se piove un po’ quando maturano i fichi, non raccogliamo niente. Bisogna cercare fichi adatti al nostro ambiente e non è facile. Mi capita spesso – sarà capitato certamente anche a voi – di conoscere gente, che afferma di avere in giardino una varietà di fichi favolosa. Diffidate! I nostri giardini sono pieni di fichi. Alcuni sono interessanti, ma molti non meritano grande attenzione perché spaccano facilmente in prossimità del foro prima di arrivare a maturazione, fermentano e diventano acidi; altri hanno la buccia così delicata che si sciupano solo a guardarli.Allora cosa fare? Dobbiamo farci la pianta da soli. Prima di tutto si vanno a trovare gli amici nella stagione giusta e si assaggiano i loro fichi. Quando avete individuato la varietà che vi piace, tornate dall’amico durante l’inverno, prendete un pollone, di quelli che nascono facilmente alla base dell’albero, tagliatelo a pezzi di 3 gemme, preparate una piccola aiuola in orto o preparate qualche vaso con del buon terriccio e piantate i pezzi (avendo l’avvertenza di tenere le gemme girate per il verso giusto). Curate le piante durante l’estate, dando acqua quando serve e alla fine dell’anno avrete la vostra pianta di fico pronta da mettere in giardino.Se siete pigri, cercate il ‘Figo moro di Caneva’ presso qualche piccolo vivaista oppure a febbraio venite ad acquistare le piante presso l’azienda agraria dell’Università di Udine, in via Pozzuolo 324, dove ho recuperato due varietà che ritengo interessanti per l’ambiente friulano: un ‘fico di Buttrio’, a buccia scura che produce fioroni (non eccezionali) e fichi (molto buoni) e un fico ‘Caterina’, a buccia verde, che produce fioroni e fichi.Per concludere, due parole su quando si raccoglie il fico. Isabella Dalla Ragione, una simpatica agronoma che raccoglie varietà antiche di piante da frutto nell ’ Italia centrale, dice che Il fico va raccolto e mangiato quando ha il collo torto, la camicia strappata da furfante e l’occhio lacrimoso. Se volete crederle …

DA VITA NEI CAMPI

INVITO A PRANZO

>> NELLE VALLI DEL NATISONE
>> fino a lunedì, 21 giugno,
prosegue l’Invito a pranzo. All’iniziativa prendono parte trattoria Vartacia, Osteria di delizie e curiosità, trattoria Alla Cascata, agriturismo Monte del re, trattoria Da Walter, trattoria Al giro di boa, agriturismo La casa delle rondini, agriturismo Pestrofa, Rifugio Pelizzo, trattoria Da Na.Ti., trattoria Ai colli di Spessa, osteria Al Colovrat. Per ulteriori informazioni visitate la pagina internet invitoapranzo.it.

ARANCIA “PESTATA” — Storie di Beta

Buongiorno tutto il giorno!🥰 Ma quanto è profumato e buono il Basilico! Nelle insalate, nel classico sugo al pomodoro, sopra la mozzarella, … dona sempre alla pietanza una nota di freschezza e di aromaticità. Un condimento fresco per una pasta, è un Trito con Basilico, mandorle, capperi e la polpa dell’arancia, legato il tutto con […]

ARANCIA “PESTATA” — Storie di Beta

Non tutti chiudono, Stazione Gjulia pronta a ripartire

In questa settimana di riaperture e zona gialla, nelle Valli c’è anche chi (ri)apre e continua a investire.
È il caso della Stazione Gjulia Agriristoro, nella zona artigianale di San Pietro al Natisone, che dopo l’inaugurazione nell’estate 2020 e un’attività che, come le altre del settore, ha proceduto a singhiozzo, è pronta per ripartire a pieno ritmo.
Da giovedì a domenica, negli ampi spazi all’aperto del locale, Laura (Simaz) e Fabio serviranno prodotti locali, vino Alturis e birra Gjulia. Quest’ultima prodotta a ‘zero metri’, visto che il birrificio Gjulia della stessa proprietà è prodotta nel capannone adiacente. Il locale infatti è nato da un’idea di Marco Zorzettig che, con il fratello Massimo, già nel 2012 ha deciso di puntare sulle Valli del Natisone per la produzione della sua linea di birra agricola. Oggi, ampliando l’offerta, ha deciso di investire ulteriormente sulle potenzialità del territorio, proponendo vendita diretta di prodotti e servizi dedicati anche ai turisti.

La Stazione Agriristoro Gjulia infatti non è solo una birreria, ma offre diversi servizi ‘self service’ disponibili anche nelle giornate di chiusura del locale. Le birre, prodotte con l’acqua del Monte Mija e in parte con produzioni agricole locali, sono disponibili anche attingendo ad una ‘fontana’ posta negli spazi esterni della Stazione da cui ci si può rifornire con un’apposita tessera ricaricabile. Con la stessa modalità, e da un ingresso separato rispetto al locale, si può accedere alle docce e al servizio di lavaggio per i cani. Il parcheggio è gratuito e sorvegliato dalle 7 alle 24. E, per i tanti visitatori in bicicletta, è disponibile il noleggio dei mezzi, il punto di ricarica gratuito per le e-bike e il punto di lavaggio con tanto di colonnina per l’assistenza meccanica.

Nel locale invece Zorzettig ha scelto di puntare il più possibile sui prodotti delle Valli del Natisone, dai succo di mela, ai dolci, alle materie prime per i piatti preparati in cucina, o comunque su produzioni locali, eliminando quelli della grande distribuzione. I salumi sono prodotti e confezionati dal salumificio Ferdino, della stessa azienda. I progetti in cantiere, ci spiegano Laura e Fabio, sono ancora tanti, alcuni in dirittura d’arrivo anche se, visti i tempi, meglio non correre troppo. Di sicuro l’auspicio di Marco Zorzettig è quello di poter creare una rete di collaborazione tra le aziende locali al fine di promuovere reciprocamente le attività ed il territorio

La vitamina D: un toccasana per le ossa — Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Con il termine di vitamina D ci si riferisce sia alla vitamina D2 che alla vitamina D3, entrambe presenti in alcuni alimenti e negli integratori alimentari. Si tratta di forme inattive che vengono convertite in calcitriolo dopo essere passate attraverso il fegato e i reni. Il calcitriolo è la vitamina D fisiologicamente attiva.null Anche se gli alimenti possono […]

La vitamina D: un toccasana per le ossa — Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

IL NOCE

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Sua maestà il noce di

Raffaele Tesolin

Si pianta usando distanze molto larghe: 7 metri tra le file e da 4 a 6 metri sulla fila. Si mettono a dimora piante in vaso, micro propagate, di 6 mesi. Piante più grandi non servono. Non si guadagna tempo e si buttano via soldi, come dice il mio amico Eugenio Cozzolino, grande esperto di noce.Si allevano le piante ad asse centrale, in cui si sviluppano 6 branche a lunghezza decrescente dal basso verso l’alto. La potatura di allevamento è minima, ma richiede alcuni accorgimenti. Una volta messo a dimora l’astone, questo viene cimato alla fine del primo anno a 1,80 m. Un piccolo accorgimento al secondo anno: dove si devono formare le branche, la gemma principale viene eliminata (con un coltellino) a favore della gemma secondaria, che dà un germoglio più aperto.Una volta realizzata la struttura della pianta, la potatura si limita ad eliminare i rami e le branche deboli e in deperimento.Parliamo anche di soldi. Quanto rende un impianto di noci? 4-5 tonnellate/ha in piena produzione, ma un bravo coltivatore, usando le varietà che producono anche sui rami laterali, può arrivare a 8-10 tonnellate. A 5-6 Euro/kg per noci sgusciate, parliamo di 20 mila Euro ad ettaro per i produttori meno bravi, una rendita che può salire fino a 30-60 mila Euro per i più bravi.Molti ascoltatori avranno notato che in certe annate molte noci hanno il verme. È un problema e se si vuole mangiare noci bisogna trattare contro il verme della noce. Un paio di trattamenti a stagione sono sufficienti, ma bisogna farli al momento giusto. Il servizio fitosanitario dell’ERSA può venire incontro, monitorando i voli primaverili dell’insetto e avvertendo sul sito web quando è il momento di trattare.

da vita nei campi

Del tarassaco, come per il maiale, non si butta via niente

da vita nei campi

di Roberto Zottar

Siamo di nuovo in ‘giallo’ non per altro, ma perché il paesaggio della regione al sole di primavera si colora con la fioritura del tarassaco. Dente di leone, dente di cane, soffione, piscialetto, “brusa oci”, “cicoria salvadega” sono alcuni dei nomi popolari del Taraxacum officinale, ovvero “tale”, “talate”, “arba”, “righesse” o “pissecjàn” secondo la tradizione linguistica dei paesi friulani e delle vallate carniche. È un’erba di campo dalle mille virtù, una vera “farmacia” vegetale con proprietà rinfrescanti e depurative, con tanti nomi quanti sono gli usi che se ne può fare. È un po’ come il maiale di cui non si butta via niente, tanto che la sapienza contadina lo ha saputo usare anche in cucina. Lo stelo si mangia come un asparago, bollito e condito con olio, mentre il fiore, fatto bollire con limone, zucchero e acqua diventa uno sciroppo, il cosiddetto “Sirop di tala”, riconosciuto come P.A.T. – Prodotto Agroalimentare Tradizionale del Friuli Venezia Giulia, che oltre ad essere perfetto da spalmare sul pane, è indicato per tosse, raffreddore e mal di gola. “Il poc”, cioè la radice, si mangia in agrodolce, ma può essere anche tostata e usata come surrogato del caffè. I boccioli, chiamati anche ‘capperi di montagna’, si conservano sotto sale, mentre le foglie tenere ed amarognole si consumano crude o lessate assieme ad altre erbe per la frittata. Per poter apprezzarne al meglio il sapore, ma soprattutto per godere delle sue proprietà officinali, la ricetta più semplice è in insalata con uova sode e con un condimento di lardo sciolto con l’aggiunta di aceto o, secondo antica tradizione, con il siç, il siero inacidito. Per fare degli gnocchi molto gustosi saltate in padella 300 g di tarassaco pulito, salate, e passate poi grossolanamente al mixer. Aggiungete 200 g di ricotta, 3 uova, 100 g di farina, 60 g di grana, un cucchiaio di maizena, sale e pepe. Otterrete un composto sodo ma morbido da cui, con due cucchiai, realizzerete degli gnocchi da cuocere subito in acqua bollente salata. Per condire fondete del burro con foglie di salvia e anelli di cipolla e fatevi rosolare delle striscioline di pancetta. Servite gli gnocchi conditi, spolverizzati di formaggio e decorati con alcune foglie di tarassaco scottate e, se volete, un fiore giallo. In questo splendido primo piatto l’amarognolo dell’erba si sposa perfettamente con il dolce della ricotta e della cipolla e la sapida pancetta croccante completa il gusto.Buon appetito!

RICETTE TIPICHE

Ricette delle Valli del Natisone

Le Sope o Šnite
Frittelle di pane imbevuto con latte e tuorlo

4 Fette di pane vecchio
latte 100 ml
2 uova
Sale un pizzico
Un cucchiaino di grappa

Procedimento:
Preparare le uova sbattute con il latte, sale e grappa; bagnare il pane immergendolo nel liquido e poi friggerle direttamente nell’olio di arachidi bollente fino a doratura.Ricetta di Stulin Liliana di Tribil Superiore di Stregna.

da https://www.facebook.com/notes/antica-valle-del-natisone-quotidiano-storico-1899-1999/ricette-dalle-valli-del-natisone/584074182094576/