Pubblicato in: letteratura

Sere di inverno

Sere di inverno al mio paese antico,
dove piomba il falchetto dentro i pozzi
d’aria, tra l’uno e l’altro campanile.
Sere rapite a un’onda di sambuchi
invisibili, ai vetri dei muretti
d’ultimo sole accesi, dove indugia
non so che gusto d’embrici e di neve.
Vorrei cogliervi tutte, o mie nel tempo
ebbre, sfogliate voci lungo l’arida
corona dell’inverno,
e ricomporvi in musica, parole
sopra uno stelo eterno

(da Le acque del sabato, Mondadori, 1954)

Che altro dire di Maria Lusia Spaziani, la poetessa italiana di cui ricorre oggi il centenario della nascita? Dal lungo elenco di testi pubblicati sul Canto delle Sirene, si può evincere che sia tra le mie predilette. Va ben oltre l’essere stata allieva di Montale e amica e musa: certo, ne subì l’ascendenza poetica, ma applicandola alle sue trasposizioni di dati oggettivi e autobiografici e aggiungendovi la frequentazione della letteratura francese. La sua idea di poesia? Lasciamo parlare lei stessa – da un’intervista del 2003: “La poesia svolge un ruolo analogo a quello della preghiera: un momento di solitudine con se stessi, con lo sguardo proiettato oltre la quotidianità, che ha bisogno di un luogo (la chiesa) dove sussiste una delimitazione spazio-temporale rispetto al quotidiano. Con la poesia succede la stessa cosa. La poesia è contemplazione. Anche se ci si riferisce a oggetti concreti, si tende a creare un alone di solitudine intorno alle cose che si stanno guardando”.

.da Canto delle sirene

Autore:

blog sul Friuli e le sue lingue

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