Quell’oro che resta in miniera

 Nelle nostre menti, come nelle orecchie e negli occhi, scorre la scena quotidiana di filmati che mai avremmo voluto vedere e che rappresentano in modo inverosimilmente vero quello che ci immaginavamo studiando nei libri di storia delle battaglie cruente che hanno segnato il percorso temporale dell’umanità dai tempi di Caino e Abele. Mai ci saremmo aspettati un siffatto odierno Caino e neppure la strenua resistenza difensiva degli Abeli ucraini. Fa veramente paura a Caino la parola libertà, quella tolta al suo popolo e quella per la quale un intero popolo è disposto a sacrificare la vita. Nell’ultimo Dom, nella mia rubrica, mi chiedevo, a proposito del despota russo: «Ma questo è un uomo?». Purtroppo, sì. Sebbene di umano rappresenti solo la parte più disumana.Ma non è di questo che intendo occuparmi. Pensiamo, nonostante tutto, anche a noi, che della libertà spesso abusiamo. Siamo sul Dom, che ha la sua specificità; è «Kulturno verni list», un giornale di cultura e fede, ma espressione della nostra comunità slovena e di essa vuole essere un’autorevole voce.
Proprio nell’ultimo numero, tra l’altro, mi hanno colpito il titolo di prima pagina : «Drva so naše zlato» e quello di apertura a pag. 5: «I boschi sempre più oro della Benecia». I boschi, la vita rigogliosa di una natura che si rinnova di anno in anno offrendo bellezza, pace, serenità e aria pura, in un mondo che proprio di questi valori necessita sempre più.
«È un titolo già letto sul Dom», mi sono detto. Non è certo la prima volta che il quindicinale si occupa di questo nostro patrimonio verde in costante incremento, inversamente proporzionale all’abbandono del territorio da parte dei suoi abitanti e del conseguente collasso dell’agricoltura tradizionale millenaria. Agricoltura ed allevamento che avevano trasformato in coltivabile quasi la totalità della superficie montuosa sul confine orientale.
Una breve ricerca e ritrovo un titolo: «Sfruttare l’oro bruno dei nostri boschi». «Bruno», un attributo inusuale per un valore concreto come il legno; sarebbe stato forse migliore un aggettivo più attuale come «oro verde», ma, comunque un «oro» che avrebbe dovuto essere messo a disposizione, utilizzato per potersi tramutare in un bene economico, indispensabile soprattutto in questi tempi di carenze energetiche. Ripeto: quest’oro bruno o verde avrebbe dovuto essere preso seriamente in considerazione almeno da quando è stato pubblicato quell’articolo del Â«Dom».
Infatti lascia un po’ perplessi constatare che questo titolo ci riporta indietro nel tempo al novembre del 2004. In teoria quella data avrebbe potuto innestare un processo evolutivo importante se dalle parole si fosse passati agli atti. Ci tocca invece constatare, con rammarico e con una cocente delusione, che da allora sono trascorsi quasi a vuoto 18 anni, gli anni della maggiore età dei figli nati allora.
In quel novembre avvenne, a mio avviso, un fatto un tantino eccezionale per le nostre comunità montane. Fu indetto un convegno sul tema: «Le biomasse forestali e lo sviluppo sostenibile della montagna», al quale parteciparono esperti ed operatori delsettore provenienti dal Friuli V.G., dalla Slovenia e dall’Austria. Organizzato dal Comune di Pulfero, in collaborazione con l’amministrazione regionale e la Kmečka Zveza di Cividale, trattò delle nuove tecniche di utilizzazione del prodotto boschivo per il riscaldamento di edifici pubblici e di abitazioni private; tecniche capaci di sfruttare al massimo – fino al 90% – alla pari del gasolio e del gas, l’energia immagazzinata nel legno. Energia che ricresce, rinnovabile, generata dalla natura vitale e spontanea. Ci furono studi approfonditi diretti dall’Università di Udine, circa il valore economico del patrimonio boschivo con incontri organizzati direttamente nei Comuni valligiani, richieste concrete di provvedimenti legislativi, azioni di promozione.
Per quello di cui sono a conoscenza fu quel Comune, Pulfero, ad attuare un progetto concreto in tale senso, con un’iniziativa che avrebbe potuto divenire trainante anche per altre realtà locali. Una caldaia a legno cippato sostituisce in maniera più efficace ed economica quelle a gasolio e gas. È di questi giorni l’approvazione da parte del consiglio comunale di Stregna del provvedimento per la realizzazione di un impianto energetico a biomassa legnosa per l’ex scuola elementare di Tribil.
Ovviamente non tutto corre liscio nei dibattiti consigliari quando si tratta la difficile questione dello sfruttamento delle biomasse: il legno va prodotto, reso disponibile e valorizzato ed ancora molti si chiedono se ne valga la pena dal punto di vista economico. I boschi sono per lo più di proprietà privata e senza disposizioni legislative adeguate per un loro sfruttamento remunerativo rimangono un oro in miniera. Pulfero disponendo della proprietà di una consistente superficie boschiva, può permettersi di usarne ma ciò non è possibile per il resto del territorio valligiano frazionato in oltre 100.000 pezzi per migliaia di introvabili possessori.
Secondo una ricerca dell’Associazione Aiel (Associazione italiana energie agroforestali) del 2007, la comunità montana (di allora) Torre, Natisone e Collio, disponeva di 12.899 tonnellate di un possibile buon cippato all’anno, sul totale regionale considerato di 36.242 tonellate: ben il 35,59 per cento! Un patrimonio considerevole di «oro verde». «Ragioniamoci su!» direbbe il veneto Zaia.
Riccardo Ruttar