FA CALDO E’ TEMPO DI MARE E MONTAGNA

Creme solari: consigli utili

Articolo da OggiScienza

Non c’è niente che ci faccia sentire più al mare del profumo (odore, se non ne siamo particolari estimatori) della crema solare. Eppure il sole non c’è solo sulla battigia, e a volte, a onor del vero, anche lì la dimentichiamo, o decidiamo volontariamente di non utilizzarla, perché non ci piace, perché unge troppo, perché pensiamo che in quel tipo di situazione non sia poi così necessaria. Se ci ricordiamo di spalmarla, molto probabilmente non ne mettiamo a sufficienza, o abbastanza spesso, oppure siamo convinti che quel grosso “50” stampato in bella grafia ci protegga molto di più rispetto a un Spf (fattore di protezione solare) 30. Proviamo a sfatare qualche falso mito sulle creme solari, cercando di capire cosa dovremmo fare davvero e cosa rischiamo se non la mettiamo.

Il sole fa bene

I raggi UVA e UVB sono stati classificati dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) tra i carcinogeni certi per l’uomo, contribuiscono alla formazione di tumori della pelle e non solo. Come per molte sostanze o fattori carcinogeni, bisogna sempre tener presente che è la dose a fare la differenza: un po’ di sole è necessario per sintetizzare la vitamina D, senza la quale si possono sviluppare malattie. Bisogna però fare sempre attenzione quando ci si espone ai raggi UV, anche durante l’inverno e in città: il Codice europeo contro il cancro, promosso da IARC, suggerisce l’uso di creme con filtro solare durante tutto l’anno. In estate corriamo i rischi maggiori, perché esponiamo una superficie più ampia del nostro corpo e lo facciamo per tempi più lunghi.

Tra parentesi, probabilmente non tutti sono a conoscenza del fatto che il fattore di protezione scritto sulle creme si riferisce solo agli UVB. Le creme che presentano il bollino rotondo con all’interno la scritta “UVA”, o con la scritta “protezione UVA/UVB”, per la legge europea, devono contenere un filtro antiUVA pari ad almeno un terzo del fattore di protezione solare indicato sull’etichetta. Quindi, una Spf 30 per gli UVB “incorpora” una Spf 10 per gli UVA. Ma che differenza c’è tra UVA e UVB? Questi ultimi sono la minoranza, circa il 10% di quelli che ci raggiungono – sono infatti in parte trattenuti dalla fascia di ozono, dalla troposfera e dalle nuvole -, si fermano agli strati superficiali della pelle (epidermide), ma sono quelli che ci fanno abbronzare e provocano le scottature. Ecco perché storicamente le creme solari si sono concentrate su di loro.

Gli UVA sono trattenuti soltanto in minima parte dall’atmosfera e dalle nuvole, sono più penetranti, non provocano ustioni e non abbronzano realmente, ma riescono ad arrivare fino al derma, dove stimolano la formazione di radicali liberi, accelerando i processi di invecchiamento cutaneo e provocando rughe, e inducono mutazioni nel DNA delle cellule, aumentando il rischio di sviluppare tumori. In più, l’intensità degli UVA che raggiungono la superficie terrestre rimane più o meno costante durante tutto l’anno, a differenza di quella degli UVB che invece dipende dalla stagione, dall’orario, da altitudine e latitudine. Ecco perché sarebbe importante proteggersi sempre, e non solo al mare d’estate…

Sono già abbronzato/a, ho la carnagione scura, ci sono le nuvole, quindi posso non metterla

È credenza piuttosto diffusa che, se la pelle è già “allenata”, perché abbiamo già preso molto sole o perché abbiamo un fototipo più scuro, più mediterraneo, possiamo risparmiarci la seccatura di ungerci come i lottatori di sumo… Purtroppo, però, non è così. “Quanto” possiamo abbronzarci è determinato dalla genetica, ovvero da quanta eumelanina (la “forma” scura della melanina – a differenza della feomelanina che ne è la versione chiara -, va dal marrone al nero e assorbe gli UVB) sono in grado di produrre le nostre cellule. Quindi, la massima tintarella raggiungibile è indipendente da quanto si possa stare al sole.

Per quanto riguarda la protezione offerta dalla nostra pelle, l’abbronzatura è sì un filtro, ma non particolarmente efficace. Corrisponde, circa, a un Spf 2, ovvero filtra solo il 50% dei raggi UVB. Se abbiamo la pelle abbronzata o la carnagione più scura possiamo magari utilizzare creme con un fattore di protezione un po’ più basso, ma se non vogliamo ustionarci è necessario metterla ugualmente. Stesso discorso per le nuvole: lì ci troviamo in una situazione in cui il sole, per quanto possa sembrare strano, può essere ancora più pericoloso. Fa meno caldo, riusciamo a restare più tempo sotto i suoi raggi senza bisogno di rintanarci sotto l’ombrellone… Le condizioni perfette per ritrovarsi color aragosta alla sera senza nemmeno essersene resi conto. Questo rischio aumenta ancora di più se saliamo di altitudine, dove già di base fa meno caldo, ma il sole è davvero molto insidioso.

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Fonte: OggiScienza


Autore: Giulia Negri


Licenza: 
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 2.5 Italia.


Articolo tratto interamente da
 OggiScienza  

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