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In questi giorni in cui ricorre l’anniversario del terremoto del Friuli di 45 anni fa, vogliamo

Potrebbe essere un'immagine raffigurante attività all'aperto e il seguente testo "BRUNA SIBILLE-SIZIA UN CANE DA CATENA IL PRIMO ROMANZO SUL TERREMOTO DEL FRIULI D"

ricordare questo dramma che ha segnato così profondamente le nostre vite e la nostra storia con un libro della grande scrittrice friulana Bruna Sibille-Sizia, “Un cane da catena”, scritto dieci anni dopo il terremoto e il primo ambientato in questo tragico scenario. Dalla biografia dell’autrice scritta da Martina Delpiccolo: “Un cane da catena è il terzo romanzo pubblicato dalla scrittrice Bruna Sibille-Sizia con Doretti Editore nel 1987, /…/ il primo romanzo sul terremoto in Friuli, “romanzo-documento” corredato di fotografie scattate dalla stessa scrittrice-giornalista. Straordinaria ed originale la prospettiva della storia narrata. Pur essendo costruito in terza persona con un narratore esterno, come la maggior parte dei romanzi dell’autrice, la scrittura, l’incedere e l’impianto, sapientemente ideati, inducono il lettore ad assumere il punto di vista del protagonista a quattro zampe. /…/ Proviamo a immaginare un terremoto devastante che provoca macerie, polvere, corpi incastrati sotto cumuli di pietre. Ecco allora che, in quel dramma umano, solo un cane può percepire i segnali inquietanti della natura e può muoversi poi nell’inferno della distruzione senza quasi vedere, ma annusando, raspando tra la polvere e le macerie, odorando la terra che ha tremato, riconoscendo con l’olfatto il sangue o magari il suo padrone. Così la scrittrice sceglie, in un certo senso, di far indossare ad un cane una cinepresa, con cui ad altezza di muso permette a noi lettori di cercare, annusare, sentire. La prospettiva del suo romanzo sul terremoto, sulla terra che trema è dunque volutamente “raso terra” a suggellare una scrittrice che è essenzialmente “tellurica”, che della terra registra e ascolta respiro e anima. Ma il cane diventa “altro”, rivelandosi un “traduttore”, un mediatore tra la natura, così ostile nell’evento sismico, e l’uomo.(M. Delpiccolo, Una voce carpita e sommersa, pp. 220-221)

Una fortezza chiamata Friuli

di Andrea Vazzaz

Quando nel “lontano” 2005 io e Marco Pascoli pubblicammo la guida sui “Forti e il sistema difensivo del Friuli” l’argomento fortificazioni della Grande Guerra sul confine orientale era ancora in gran parte inesplorato e pieno di lati oscuri. Che esistessero dei forti, chiamati a volte impropriamente “bunker”, disseminati in moltissime località friulane, era cosa nota, ma tale conoscenza era sicuramente priva di visione organica sulle motivazioni storiche che avevano portato alla costruzione di quell’ampio e articolato sistema di difese militari. Successivamente, nel corso del Novecento, la frontiera orientale ha visto svilupparsi ulteriori complessi di fortificazioni, fra tutti ricordiamo il “Vallo Alpino Littorio” (costruito a partire dal 1931) e le opere sorte a difesa dal “blocco comunista” (in uso dal 1953 al 1992). Pertanto, senza documentazione d’archivio, distinguere l’origine delle “opere” fortificate non è sempre scontato e solo l’occhio del ricercatore esperto riesce a cogliere sempre le differenze tra i manufatti realizzati all’inizio del XX Secolo da quelli del “ventennio fascista”, o distinguere quelli della seconda guerra mondiale dalle opere della Repubblica Italiana.

Perché disseminare il confine nord-orientale di queste imponenti costruzioni? A partire dai primi anni del novecento venne realizzata una fitta rete di forti, caserme, campi trincerati, postazioni, un complesso sistema che avrebbe dovuto prevenire attacchi da nord e da est. Da un lato il Regno d’Italia siglava nel 1882 la Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, dall’altro perseguiva un articolato progetto di difesa dei propri confini per proteggersi dalle medesime nazioni. Era ritenuto possibile, e possiamo dire che non fosse del tutto irrealistico, che le potenze del blocco germanico potessero attaccare repentinamente il confine alpino e dilagare conseguentemente nella Pianura Padana. Il sistema di piazzeforti avrebbe dovuto trattenere l’eventuale offensiva nemica il tempo necessario per avviare la mobilitazione generale dell’esercito, stimata in 24-28 giorni.

Opere corazzate già punteggiavano il confine terrestre alpino dalla Liguria al Cadore, quando, nel 1904, il Regio Esercito decise di chiudere anche l’ingresso alla pianura friulana. I cantieri durarono sino al 1915, fu un investimento economico importante che richiese numerosa manodopera civile e militare. A lavori ultimati, dal Canal del Ferro alla foce del Tagliamento, il Regio Esercito aveva realizzato ben 37 impianti con artiglierie fisse (forti o appostamenti) od occasionali (da armarsi all’occorrenza). Il sistema fortificato del Friuli venne diviso in tre Piazzaforti: Alto Tagliamento-Fella (per guarnire gli sbocchi delle rispettive valli), Medio Tagliamento (per guarnire la cintura morenica esterna) e Basso Tagliamento (per proteggere l’accesso ai ponti sul grande fiume friulano).

I forti, seguendo una concezione figlia delle guerre risorgimentali, avrebbero dovuto arrestare unità di cavalleria o fanteria in marcia lungo le rotabili di accesso alle valli. La prima guerra mondiale sancì tuttavia l’impiego di masse di fanterie enormi, con unità che via via si sarebbero addestrate e specializzate sempre di più nella tattica dell’infiltrazione. La diffusione di potenti artiglierie d’assedio permetteva inoltre di demolire qualsiasi costruzione fortificata, pertanto questo sistema difensivo entrò in servizio ben che sorpassato. Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra con l’Austria-Ungheria e i forti si trovarono ben presto troppo lontani per poter intervenire a supporto delle truppe impegnate in prima linea. Le piazzeforti vennero quindi ben presto smantellate di quasi tutti i pezzi d’artiglieria, destinati all’impiego campale a supporto delle truppe. Nell’ottobre 1917, di fronte allo sfondamento austro-tedesco nel settore di Plezzo e Caporetto, la difesa permanente del Friuli avrebbe potuto supportare le truppe italiane che cercavano di arginare l’offensiva sul Torre o sul Tagliamento, ma le installazioni prive di bocche da fuoco (tranne rare eccezioni) non intimorirono a lungo le colonne offensive austro-germaniche, determinate ad aggirarle ad ogni costo.

Oggi, molte di queste fortificazioni si ergono ancora fiere a “sentinella” dei fiumi e delle valli friulane, persa ogni funzione militare attraggono però ricercatori desiderosi di riscoprire la storia di questa terra o turisti ed escursionisti affascinati semplicemente dagli splendidi panorami circostanti.

(Foto di Andrea Vazzaz, mappe storiche cortesia del Museo della Grande Guerra di Ragogna, foto di copertina Monte Festa)

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