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Dante oltre il tempo a settecento anni dalla sua scomparsa

Aveva ragione Harold Bloom: Dante fa parte a pieno titolo del canone d’occidente. Ma la domanda è sempre quella: perché è rimasto nella memoria collettiva di tutti noi, non solo degli studiosi, e non solo in Italia? Perché le sue frasi sono citate da tutti e in tutti i tempi, e non solo da anziani professori, ma dagli stessi ragazzi nel parlare comune? Perché è tradotto in tutte le lande del pianeta e oggetto di studi da parte di chi ha nella propria tradizione nazionale altri grandi, come accade per Auerbach nella Germania di Goethe, per Byron nell’Inghilterra di Shakespeare, Borges nell’Argentina di José Hernandez, l’autore del poema epico nazionale Martin Fierro? La cosa più semplice, ma nel contempo più complessa, per motivi filologici ed ermeneutici, è che è riuscito a trarre nuova linfa dalla tradizione precedente per guardare al futuro senza probabilmente averne completa consapevolezza: in poche parole, ha superato le scholae del proprio tempo, gettando le basi per il dopo.

Lo ha fatto senza rimanere schiavo, politicamente e culturalmente, ed anche nelle questioni religiose, del passato e del presente, non diventando cioè un seppure geniale seguace di una delle mode letterarie che gli sono passate davanti e penetrate talvolta dentro: la lirica guittoniana, le rivisitazioni toscane dei poeti siciliani, la poesia comico-realistica, lo stilnovismo. Si è genialmente servito di ciascuna per poi superarle, e quel superare riguarda anche e soprattutto ciò che è ancora oggi per molti il mito insuperabile del Dante-persona, scrittore e uomo di letteratura: l’amore per Beatrice.
Dante non ha inventato quasi nulla, ma nello stesso ha creato un’opera immortale: la sua Commedia, che è il titolo originale, sia perché prevedeva anche l’uso non solo dello scandaloso – ai suoi tempi – volgare, ma di un linguaggio medio, sia perché, come nel canone aristotelico, inizia nel dolore e nella prova e termina con un lieto fine. L’aggettivo Divina arriverà però solo a metà Cinquecento, per opera di Ludovico Dolce, influenzato da un passo del Trattatello in laude

Eransi Iacopo e Piero, figliuoli di Dante, de’ quali ciascuno era dicitore in rima, per persuasioni d’alcuni loro amici, messi a volere, in quanto per loro si potesse, supplire la paterna opera, acciò che imperfetta non procedesse; quando a Iacopo, il quale in ciò era molto più che l’altro fervente, apparve una mirabile visione, la quale non solamente dalla stolta presunzione il tolse, ma gli mostrò dove fossero li tredici canti, li quali alla divina Comedia mancavano, e da loro non saputi trovare.
(Trattatello in laude di Dante, ora in Liber Liber, tratto dalla edizione stampa Garzanti 1995, p. 28, il corsivo è nostro)

Un’opera importante, questa di Boccaccio, per aver iniziato l’uso di questa aggettivazione che diventerà con il tempo un tòpos più forte della volontà onomastica dell’autore stesso, anche per un’altra ragione: essa ci dice come già in pieno Trecento la Commedia fosse giudicata un’opera irraggiungibile, inimitabile, esattamente quello che settecento anni dopo stiamo verificando anche noi:

La quale (la Commedia, ndr), perciò che conobbe essere di tre maniere, cioè viziosa, o da’ vizii partentesi e andante alla vertù, o virtuosa, quella in tre libri, dal mordere la viziosa cominciando e finendo nel premiare la virtuosa, mirabilmente distinse in un volume, il quale tutto intitolò Comedia. De’ quali tre libri egli ciascuno distinse per canti e i canti per rittimi (sic), sì come chiaro si vede; e quello in rima volgare compose con tanta arte, con sì mirabile ordine e con sì bello, che niuno fu ancora che giustamente quello potesse in alcuno atto riprendere.
(Ivi, p. 26)

L’unicità e la singolarità dell’opera non vengono rilevate a causa di fissazioni antiquarie e di mode, e per di più non a grande distanza temporale dalla scomparsa dell’Alighieri, che anche a causa di ostilità politiche e di natura ecclesiale correva il rischio di sopportare un’eclisse più lunga. E invece la leggenda parte praticamente dalla sua contemporaneità, il che dovrebbe far riflettere molto sulla straordinarietà della sua opera. L’ammirazione per un unicum della letteratura è continuata nel tempo, se facciamo eccezione per la sua messa in disparte nel Seicento e in alcune zone del Classicismo, lontane l’una per lo sperimentalismo “amorale” e l’attenzione tutta tesa alla sorpresa e alla maraviglia, l’altra per l’amore verso la compostezza, la simmetria e soprattutto la stagione pagana dell’Ellade.
Non era facile riuscire a porre Ecclesiaste, Apocalisse di Giovanni, Vangeli, specie la seconda lettera di san Paolo ai Corinzi, in cui l’autore afferma di essere stato portato nei cieli (12, 2-5)

Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare. Di lui io mi vanterò!

nello stesso contesto di Boezio, Plauto (per la parte comica, cioè realistica, della Commedia), Lucano, soprattutto Stazio e l’amato Virgilio, per non parlare dei testi visionari come la Navigatio Sancti Brandanii o il Somnium Scipionis (anche se non siamo sicuri che la conoscesse), e l’araba Visione della Scala, che era stata tradotta tra l’altro in castigliano, ma che è assai difficile possa essere letta dall’Alighieri. Oltretutto, le sue citazioni omeriche non vengono da una lettura diretta dell’Odissea, ma da mediazioni latine (l’Alighieri non conosceva il greco), soprattutto delle Metamorfosi di Ovidio, ed anche da Stazio, Orazio, Seneca.

Dante unico e irraggiungibile finanche dalle altre due corone del Trecento, Petrarca, (che non lo amava), e Boccaccio. Eppure il cantore di Laura gli deve molto per la sua concezione spirituale, o come diremmo noi, anche se impropriamente, platonica, esclusiva della donna e dell’amore; Boccaccio – che come abbiamo visto fu un suo ammiratore – per la ripresa della lingua media, anche nelle sue declinazioni dure e terrene dell’Inferno nel Decameron. Ma ambedue sono rimasti ancorati, sia pure a livelli altissimi, l’uno nella componente esclusiva dell’amore, l’altro nel racconto spregiudicato e realistico, anche se non contro la fede, semmai contro alcune incongruenze clericali.
Dante, come accennavamo prima, è andato oltre quelle esperienze, compiendo lo sforzo di passarci attraverso senza mai soffermarsi ossessivamente in una di esse. Facciamo l’esempio del celebre canto di Paolo e Francesca: come ha notato giustamente Giorgio Petrocchi, Francesca, – e per lei Dante –, “riconosce apertamente la potenza irrefrenabile della passione lussuriosa e la superiorità, non discutibile, del giudizio divino” (G. Petrocchi, Vita di Dante, Laterza, 1993, p. 135).

Vuol dire che Dante sfugge alla tentazione di fare della sua presa di posizione nel tempo e nello spazio un valore assoluto, compiendo una conciliazione ardua e instabile – da questo combattimento interiore forse lo svenimento alla fine del canto – tra il suo sentimento e la sua fede. Se fosse un novel, invece che un romance come è effettivamente, i suoi personaggi sarebbero protagonisti di una storia d’amore meravigliosa e possente, per certi versi involontaria, anche se adulterina, gli eroi di un amore soffocato nel sangue. Il che piacerà a molti in temperie romantica. Ma, nello stesso tempo, non può non riconoscere l’etica superiore di quell’amore che “move” con un’altra più alta declinazione, “il sole e l’altre stelle”. Ha la capacità di accettare e razionalizzare i suoi cambiamenti nell’ideologia amorosa, in questo caso, e di porli come base di un’etica che soffre profondamente il fascino dell’amore tutto terreno e però nello stesso tempo riesce a sfuggirle non in una dimensione castrante, ma in una più alta concezione dell’amore verso e dal Numinoso.

Qui è possibile vedere la conciliazione con il Dante del prima, quello dell’amore per Beatrice, e nello stesso tempo il suo superamento, in una sintesi che però accoglie anche la sua esperienza tutta terrena di sposo e padre, a immagine dell’amore divino che ama per far nascere e fruttificare. Il suo permanere nella storia della letteratura è dovuto anche a questo sapersi superare ed accettare il rischio del cambiamento, le proprie crisi, le nostalgie, i rimpianti in una sintesi sempre più alta, che portò a compimento l’amore ideale, quello coniugale, la religione e la politica.
Lo ha compiuto con un verso mai fine a se stesso, con una capacità di adattare la lingua ai contenuti con i cosiddetti tre stili, con il suo celebrato plurilinguismo, con un linguaggio nella prima cantica basso o triviale, poi medio e infine illustre, ma senza che questa sia una applicazione non si dica forzata, ma che non permette neanche la possibilità di individuare i punti di sutura, per quanto la lingua rimane scorrevole, mimetica, adatta intimamente ai personaggi.

E infine la sua concezione politica: cambia nel tempo, certamente, ma non solo e non tanto per adattamenti partitici o per stretti interessi di parte. Sposa una Donati, anche se di un ramo secondario, eppure si schiera con i Cerchi, i loro più acerrimi nemici, e ci mette la faccia sia nel bimestre del priorato che nel Consiglio dei Cento, il che gli costerà l’esilio. Non si sottomette all’inizio all’umiliazione della richiesta del perdono e del ritorno da penitente umiliato, e non rientra a Firenze, nonostante che Firenze per lui significasse tutto, non solo la luce della vita, ma l’amore, gli ideali, le amicizie. Dovrà subire l’umiliazione di divenire come Ciacco, da lui ricordato tra i golosi dell’Inferno, un uomo di corte, non al livello basso e triviale di quel personaggio, realmente esistito: sarà considerato un ospite di riguardo, ma pur sempre uno che veniva interamente mantenuto dai vari signori dell’Italia centro-settentrionale. Fino alla Verona di Cangrande della Scala e alla Ravenna dei Polenta, corti nelle quali terminerà – e farà uscire – Inferno e Purgatorio (non vedrà mai l’edizione del Paradiso).

Inizialmente la sua concezione della nobiltà è abbastanza vicina a quella della sua classe, fatta di agiati cambiavalute che rivendicavano lontane ascendenze nobiliari, che aderisce alla Firenze popolare: la nobiltà non è quella di sangue né di denaro, ma di meriti raggiunti personalmente. Quindi adesione alla concezione anti-aristocratica della Firenze dopo Giano della Bella e degli Ordinamenti di Giustizia.
Lentamente, soprattutto per la delusione nei confronti dei suoi sodali Bianchi, inconcludenti e litigiosi, e per questo alla fine definitivamente sconfitti in battaglia, subentra una visione politica in cui appare la necessità di un forte potere centrale, quello imperiale, che riprenda in mano un’Europa in preda ai particolarismi e riporti in Italia, a Roma, la sede dell’impero: potere che Dio aveva affidato all’Urbe attraverso la figura di Gesù, vissuto sotto l’impero romano, e di Pietro, che venne a morire proprio a Roma. Dal particolarismo comunale guelfo e lentamente assai vicino a quello ghibellino, Dante cambia gradualmente punto di vista, senza perdere però il contatto con la realtà del suo tempo. Ai tempi giovanili, il comune viveva la sua fase finale, in procinto di divenire Signoria per le continue discordie interne, come la lotta tra Guelfi e Ghibellini prima, e poi quella tra Neri e Bianchi. Alla fine Dante vede come ultima possibilità l’avvento di una monarchia che restituisca alla Chiesa la sua dimensione integralmente spirituale e in accordo con essa ponga ordine in una terra dilaniata e insanguinata da continue discordie.
Separazione tra stato e Chiesa, in tempi non sospetti e con il rischio, come poi avverrà, di mettersi contro un potere, quello papale, che molto poteva nuocergli, e così è accaduto.

Questa è la “modernità” non di oggi, ma di un tempo sincrono che grazie alla coerenza realistica e alla lucidità profetica riesce ad essere parte della storia, non di una storia.

http://www.filidaquilone.it/num057testi.html

Di Olga

blog sul Friuli e le sue lingue

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