A Cividale del Friuli sulle tracce dei Benandanti — Trieste Arcana

Una visita guidata esperienziale fra le stradine e i segreti di Cividale, la bellissima cittadina del Friuli, già famosa per il suo Ponte del Diavolo e il meraviglioso Tempietto Longobardo, seguendo i passi dei Benandanti, sorta di maghi (e maghe) impegnati a combattere streghe e stregoni per proteggere i raccolti (e, quindi, la vita delle […]

A Cividale del Friuli sulle tracce dei Benandanti — Trieste Arcana

Crimini vissuti come scampagnate

«Gli italiani sono abbastanza maturi per affrontare il buio dei crimini passati?». Così inizia l’articolo di Simonetta Fiori su «la Repubblica » del 2 aprile, dal titolo «Quando gli italiani erano cattiva gente». A giudicare dalle azioni e reazioni al «Giorno del ricordo» del 10 febbraio, con la retorica delle foibe, risponderei di no.

Sarà forse dirompente l’azione di pura e semplice ricerca storica che è comparsa sui social il 6 aprile con il significativo titolo «A ferro e fuoco. L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-43». Chiunque abbia l’interesse di informarsi in tal proposito non ha che da pigiare i tasti del computer o del cellulare in sequenza:www.occupazioneitalianajugoslavia41- 43. Non vi mancano strumenti per valutare la «bontà» dell’esercito fascista italiano.

Io, leggendo, osservando le immagini documentali, i resoconti incontrovertibili, ascoltando le testimonianze di persone sicuramente non di parte, ho avuto un senso di smarrimento. Mia moglie, guardandomi seduto a tavola mi ha chiesto turbata: cos’hai? Quello che mi ha sconvolto è stata la naturalezza, quasi divertimento con cui eccidi, distruzioni, fucilazioni di civili innocenti, vecchi e bambini, rastrellamenti, internamenti, incendi, e quant’altro, sono stati perpetrati dai nostri soldati.

D’altronde lo stesso Duce, Mussolini, dichiarava nel luglio del 1942: «Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta». E nel 1943 così si rivolgeva ai soldati: «So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori». Così il delitto, con la certezza non solo dell’impunibilità, ma addirittura dell’encomio, diveniva un dovere, un mandato, un obbligo. Magari salvare gli animali, ma non le persone. Colpa dei soldati, quindi?

Lascio il giudizio alle singole coscienze, ma indigna che nessuno dei criminali al comando, tranne Mussolini, giustiziato dopo la cattura, subì un processo e pagò il fio dei propri efferati crimini. Bravi, buoni gli italiani! Dopo la guerra usarono ogni mezzo per giustificare le proprie atrocità attribuendole ai partigiani, alle popolazioni aggredite che cercavano di difendersi e resistere.

Da lì è sorta la grande mistificazione: nascondere, contraffare, sminuire, giustificare; da carnefice farsi vittima, fermare con ogni mezzo i percorsi della giustizia. Nessuna Norimberga per criminali come il generale Roatta, quello del «qui si ammazza troppo poco!». Imponeva: «Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula “dente per dente” bensì da quella “testa per dente”» che poi si risolveva nella pratica quotidiana semplicemente nello sterminio di “ogni partigiano” e con lui di tutte le persone della famiglia e quanti fossero nelle vicinanze.

«Cara sorella, (…). Questi comunisti li prendiamo mentre dormono, li disarmiamo e portiamo via; abbiamo preso loro tutto il pollame, ed oggi il comandante ci ha preparato un bel rancio con tutti i polli che abbiamo rapinato per le case…». «Li lasciamo con quei pochi stracci che hanno addosso, tutto il resto è nostra preda.Dapprima catturiamo gli uomini, le pecore, le vacche, il pollame che ce n’è tanto! Poi andiamo a saccheggiare le case e ci prendiamo tutto quello che possiamo portarci sulle spalle, infine concludiamo la pagliacciata appiccando il fuoco alle case; ma noi delle compagnie mortai non abbiamo fortuna perché stiamo sempre dietro e ci resta poco. (…). Provo un rimorso a vedere questi miseri bambini che piangono. Poveri bambini, sono rimasti nudi, senza pane, me ne dispiace, ma qui ci sono i militi fascisti che non si fermano davanti a nulla, sono come la grandine» (Lettera di un soldato 25 nov. 1941… e siamo ancora all’inizio!).

Testimonianze come queste, e non è certo l’unica, che raccontano misfatti incredibili come fossero allegre scampagnate, danno il senso macabro di quella occupazione militare. No, non si può dimenticare. Non si deve. Per un senso di giustizia storica. Evidenziare, da parte italiana, solo le feroci reazioni di coloro che quei misfatti dell’esercito italiano li subivano è diventato un’arte mistificatoria ancor prima che la carneficina finisse. Purtroppo, ripeto, nessuno dei gerarchi fascisti pagò per essi e tutto fu fatto dalla politica ed anche dalla magistratura italiana per spacciarsi da carnefici a vittime. Da che parte fu più esecrabile la pulizia etnica se guardiamo anche solo ai campi di concentramento di Arbe o Gonars e di tutti i Campi del Duce?

Vorrei che almeno i più onesti cittadini italiani dedicassero del tempo per entrare nel disperato mondo aperto, finalmente, nelle pagine del sito internet citato sopra. Lì potrebbe comprendere il processo di rimozione operato dalla politica italiana da 80 anni a questa parte.

In conclusione potrei citare Beppe Grillo: «Si dovrebbe, per legge, vietare ai politici di occuparsi della storia». Così fosse, la retorica del Giorno del ricordo avrebbe un senso, perché la storia va data in mano a chi ricerca la Verità.

Riccardo Ruttar