31 marzo 1945, muore Anne Frank

Anna Frank - Wikipedia

31 marzo 1945 morì nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, Anne Frank. La piccola Anne nacque a Francoforte sul Meno nel 1929. La sua era una famiglia ebrea che si trasferì in Olanda per sfuggire alle persecuzioni antisemitiche ordinate da Hitler. Dal luglio 1942, per oltre due anni, i Frank si nascosero in un appartamento segreto, dietro a una libreria scorrevole, sopra i locali dell’ufficio del padre. In occasione del suo tredicesimo compleanno, nel 1942, Anne ricevette in regalo un diario, il suo più caro e fidato amico, a cui diede il nome di Kitty, l’amichetta che non ha mai avuto, men che meno in quel momento, alla quale iniziò a confidare i suoi pensieri e le sue emozioni.

Trascorsero così due anni, senza contatti con il mondo esterno, nella speranza che la guerra prima o poi finisse. Anne scrisse assiduamente sul suo amico diario fatti e pensieri di quella reclusione. Il 4 agosto 1944 la famiglia venne scoperta e arrestata: Anne e sua sorella Margot Frank vennero deportate nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove morirono di tifo pochi giorni prima della liberazione da parte degli alleati. L’unico della famiglia che sopravvisse all’olocausto fu il padre Otto che, dopo la guerra, fece pubblicare il diario di Anne.

dal web

USANZE PASQUALI NELLA SLAVIA FRIULANA

UNA DELLE USANZE PASQUALI  RADICATE E VIVE ANCORA OGGI IN ALCUNI PAESI NELLA BENEČIJA È, OLTRE ALLA BENEDIZIONE DELL’ULIVO, LA BENEDIZIONE DEL PANE,DEL VINO,DELLE UOVA COLORATE CON LE ERBE E DEI DOLCI PASQUALI (GUBANA NELLE VALLI DEL NATISONE).
A ZAVARH/VILLANOVA DELLE GROTTE DEI PANINI DOLCI,APPOSITAMENTE PREPARATI, VENGONO BENEDETTI ALLA FINE DELLA MESSA E POI OFFERTI AI PARTECIPANTI.
GRAGIULA 001

gragiula o raganella

Una volta,durante la settimana Santa,quando le campane non suonavano,i bambini andavano per il paese e suonavano con”la gragiula” o “raganella”dal quindicinale dom.http://www.dom.it/velikonone-navadeemle-tradizioni-di-pasquaem/La Pasqua è la festa cristiana più antica e più sentita, in cui si commemorano la passione, la morte e la resurrezione di Gesù. Non si tratta, però, solo di una commemorazione: nella liturgia della Settimana Santa partecipiamo ai misteri della fede. Cristo è risorto di notte, o meglio, all’alba del primo giorno della settimana, che venne per questo chiamato «giorno del Signore. Quella notte è stata fondamentale per tutto il genere umano: in quella notte è iniziata una nuova era della storia dell’uomo.È interessante notare che gli sloveni chiamano la Pasqua «Velika noč», ovvero «grande notte». Quest’espressione deriva dalla liturgia aquileiese. La cerimonia antica, infatti, prevedeva una lunga vigilia notturna che terminava al mattino con una processione al sepolcro di Gesù. Questa processione viene effettuata ancora in alcuni luoghi della Slovenia con la statua del Cristo Risorto.Anche nelle Valli del Natisone si sono conservate ancora oggi molte tradizioni. In questa zona, alcuni dei simboli di questa festività sono le uova dipinte e le colombine che si portano a benedire il Sabato Santo.

uovo-di-pasqua-immagine-animata-0004

Non arrenderti mai

“Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito é la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!”

madre Teresa

dal web

Valli del Natisone – Drenchia

Potrebbe essere un'immagine raffigurante natura e albero
foto di Edoardo Casali

Drenchia (Dreka in slovenoDrèncje in friulano) è un comune italiano sparso di 102 abitanti del Friuli-Venezia Giulia. La frazione Cras ospita la sede comunale. Attualmente è il più piccolo comune della regione per numero di abitanti residenti.

L’etimologia del toponimo è incerta; una ipotesi la fa risalire alla parola slovena dren che significa albero di corniolo, pianta molto presente nell’area comunale; il toponimo viene menzionato, per la prima volta, nell’anno 1295 “homines ville Tranche”.

Secondo i dati del censimento effettuato nel 1971, il 57,3% della popolazione del comune di Drenchia si dichiarava appartenente alla minoranza linguistica slovena.

Attualmente, accanto alla lingua italiana, è ufficialmente tutelata anche la lingua slovena.

In armonia a quanto stabilito dalle legge 38/2011 Norme a tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli Venezia Giulia, nelle insegne pubbliche e nella toponomastica viene utilizzata la formulazione bilingue.

La storia di Lina e Leda

Lida e Leda – Il prossimo 30 aprile taglieranno l’invidiabile traguardo dei 100 anni. Sono unite da tutta la vita e oggi stanno condividendo la lotta anche contro il virus che le aveva inizialmente divise e soprattutto strappate alla loro quotidianità.

Lida e Leda, la storia delle due gemelle 99enni

È una storia d’amore, di solidarietà che non conosce confini, quella di Lida e Leda Diligenti, 99 anni, sorelle gemelle, ex insegnanti elementari, agguerrite più che mai nella lotta contro il Covid-19 e pronte, come è nell’auspicio delle persone che stanno loro vicino, a spegnere insieme, ancora una volta, la centesima candelina.

A raccontarla è la professoressa Isa Brovedani, ex insegnante di inglese dell’istituto d’istruzione superiore “Il Tagliamento” di Spilimbergo e, soprattutto, da poco in pensione, una delle tante alunne e alunni, che sono state educate da una delle due storiche maestre. “Leda” racconta l’ex prof «è stata la mia maestra elementare dal 1963 al 1967, a Pradis di Sotto, e non ci siamo mai perse di viste, soprattutto negli ultimi vent’anni».

fonte: messaggeroveneto.gelocal.it

I problemi psicologici derivati dalla pandemia



Articolo da Il Becco

Come un uragano, l’esperienza del Coronavirus ci ha colti alla sprovvista, ci ha travolti lasciando scoperchiate le nostre difese, non solo fisiche e immunitarie, ma anche affettive, psicologiche e sociali.

Probabilmente i nostri nonni, di fronte all’impatto della pandemia, rispetto alle persone più giovani, saranno riusciti a relativizzare meglio quanto accaduto, avendo vissuto la guerra, e in generale conoscendo meglio delle generazioni successive condizioni esistenziali segnate dalla precarietà, dalla povertà e talvolta dalla morte prematura. Nonostante, infatti, gli anziani siano la categoria più vulnerabile e maggiormente colpita dal Covid-19, il sistema economico, sociale e valoriale in cui hanno vissuto, almeno per la prima metà del Novecento, li ha resi probabilmente più temprati e maggiormente preparati alla possibilità di un evento infausto e sicuramente catastrofico.
Fino al boom economico degli anni ’50 e ‘60, infatti, sebbene già tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, secondo alcuni storici, si siano sviluppate le condizioni per la nascita della futura società di massa e del capitalismo globale (che, pur, con tutti i limiti e le storture hanno permesso, almeno in parte , un diffondersi più stratificato di un certo benessere), le condizioni economiche e sociali erano sicuramente più precarie e incerte, tanto che, ad esempio, il tasso di mortalità infantile all’interno di un nucleo familiare era di 347 su mille nati vivi nel 1887, mentre oggi è inferiore a 4[1]. La morte dunque, era considerata parte integrante della vita, qualcosa di endemico che poteva capitare nel corso dell’esistenza. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il boom economico e l’avvento della società di massa, per fortuna, almeno in Italia e in tutto l’Occidente essa è diventata invece un avvento riguardante solamente le persone molto anziane e fragili, mentre intanto crescevano la speranza di vita e di benessere, almeno apparente.

Se da un lato, infatti, le condizioni degli individui sembravano migliorare, dall’altra cominciavano ad affacciarsi altre problematiche indotte da una società liberista portata alle estreme conseguenze: anche dal punto di vista psicologico, un modello di esistenza basato sulla sensazione di invincibilità ed eterna salute ha influito pesantemente sullo stato emotivo delle persone: la morte stessa è sempre state più percepita come un tabù, un fantasma da esorcizzare, al pari di invecchiamento e malattie.
Soprattutto “negli ultimi anni, poi, il messaggio trasmesso dai media, dalla pubblicità, dalla moda, dagli organi di informazione (…) ha monopolisticamente imposto una sola cultura che ha appiattito le differenze politiche, individuali e culturali. Un messaggio più forte di qualsiasi teoria, che ti impone di essere competitivo, ricco, bello, vincente, pena l’esclusione sociale”[2], favorendo situazioni di disagio e malessere profondo; una cultura edonistico-efficientistica così impostata non può infatti che racchiudere in sé situazioni di profonda e reale disperazione ed emarginazione.
Lo “sviluppo senza progresso” denunciato da Pasolini[3] già negli anni ’70 ha portato infatti alle estreme conseguenze l’affermazione di un modello sociale iniquo per cui i soprusi delle categorie dominanti a danni delle classi e dei paesi subalterni hanno riguardato anche l’ambiente, favorendo in questo modo anche la diffusione di virus patogeni[4], con la conseguenza inevitabile che la diffusione capillare di malattie è strettamente connessa al sistema neo-liberistico su cui si fondano gli Stati.

Al di là di questa premessa, che presuppone un ripensamento del nostro modello economico e sociale, è indubbio che la pandemia di Covid-19, per quanto in parte evitabile grazie a un sistema più sostenibile, e probabilmente meno disturbante all’interno di un mondo più “preparato” a riceverla, ci ha indubbiamente travolti e ha cambiato per sempre le nostre esistenze. Sicuramente da marzo 2020 ad oggi niente sarà più come prima, e gli enormi danni che la pandemia ha portato in luce, non solo per quanto riguarda l’inefficienza di un sistema sanitario non adeguato e non pronto a garantire l’assistenza universale come vuole la nostra Costituzione, ma anche per quanto concerne la vita dei singoli, si ripercuotono e si ripercuoteranno per molto tempo sul benessere psicofisico delle persone.
Le misure messe in campo per arginare il Coronavirus, fondate sull’isolamento, la quarantena, e la limitazione dei contatti interpersonali, hanno inevitabilmente provocato e accentuato diverse problematiche di natura psicologica. La rivista The Lancet, punto di riferimento internazionale per la comunità medica, ha pubblicato un’analisi dell’impatto psicologico della quarantena, attraverso studi condotti su persone affette da SARS, Ebola, MERS, Influenza H1N1, per esplorarne i potenziali effetti sulla salute mentale e il benessere psicologico[5]. Lo studio ha preso poi in esame un’indagine svolta sul personale sanitario impegnato nell’emergenza SARS e sottoposto a quarantena: nove giorni dopo la fine della quarantena, i medici e i pazienti analizzati, come ricorda anche la psicologa Francesca Picanza, “riportavano sintomi compatibili con il disturbo acuto da stress, che provoca pensieri intrusivi, incubi, incapacità di provare e mozioni positive e altre reazioni come ansia, irritabilità ed esplosioni di rabbia”[6]

Continua la lettura su Il Becco

Fonte: Il Becco

Autore: Chiara Del Corona

Licenza: 
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 3.0 Italia.

Articolo tratto interamente da Il Becco

(O)lifavica-DOMENICA DELLE PALME

ezimba18169588589103
Chiesa di San Giorgio -Sveti Jurij Bardo-Lusevera

Lusevera-Bardo

Te dan na (O)lifavicu semo šli sousje po olif,tuò ke nu diélajo še nas judje.A zàt semò a neslì ta kišì ,ke potin te stari,kar o paršou hùd timp su a sažgali.Su a sažgali ta-na orade,ta- na zuna (.).(.). Su se žénali kudan ,nič druzaa,niésu gali nič. Su zuoniéli  zuoni ,kar to bo hud tìmp so zuoniéli zuoni :alòre judje su šli po te olif žénani,su daaržali te stari e se tu niésu miéli taa staraa ,su uzéli nu mar taa novaa,ne, ma nu niesu mai sažgali usaa ,zake tu -u kìši o miéu bitì simpri te zénani olif. Kar o mar katéri ke su paršli ženuuat alòre su tu u den bujùt tu -u nu riéč uodu anu olif, ke saka kiša na a miéla.

dal numero unico Zavarh 27 žetnjaka 1997 a cura del Centro ricerche culturali Bardo

Nel giorno della Domenica delle Palme tutti andavamo a prendere l’olivo,ciò che fa ancor oggi la nostra gente. Tutti lo portavano a casa e quello vecchio quando era brutto  tempo veniva bruciato all’aperto nel campo.Con l’olivo ci  si benediva. Quando era brutto tempo suonavano le campane,allora la gente prendeva l’olivo, teneva quello vecchio e se non lo aveva usava un po’ di quello nuovo.Ma non lo bruciava tutto,perchè in casa doveva esserci sempre l’olivo benedetto .

127533815513037372823996olive_branch-hi

È ARRIVATA L’ORA LEGALE!

ForEst – Studio Naturalistico

Potrebbe essere un cartone

È ARRIVATA L’ORA LEGALE! 🕰️🧑‍⚖️

Nelle antiche civiltà contadine i ritmi lavorativi erano scanditi dal sole ☀️: la “ora prima” era quella che seguiva il suo sorgere e variava durante l’anno assieme all’alba, inducendo le persone a svegliarsi prima in estate e più tardi in inverno. 🌄Con l’industrializzazione 🏭, e ancora di più con la diffusione dell’energia elettrica 🔌, la disponibilità di luce buon mercato favorì l’adozione di abitudini serali sempre più tarde nella popolazione. 🌃Tra i primi a preoccuparsi per le conseguenze che ciò provocava sui consumi (a quel tempo di candele 🕯️), nel 1784, ci fu Benjamin Franklin, che propose di adottare alcune norme che inducessero la popolazione a svegliarsi prima, sfruttando tutte le ore di luce mattutine. Tra di esse quella che colpisce maggiormente l’immaginazione recitava “che si sparino cannoni in ogni strada, per svegliare efficacemente i pigri e farli aprire gli occhi”. ⏰Né i suoi tentativi né quelli successivi di modificare le abitudini e gli orari degli abitanti della civiltà industruale ebbero successo.Per ovviare questo problema venne quindi inventata l’ora legale. La paternità dell’idea viene attribuita a George Vernon Hudson, entomologo ed astronomo neozelandese, che la ipotizzò nel 1895. Ma fu in seguito alla promozione portata avanti dal britannico William Willett che nel 1916 il Regno Unito la adottò ufficialmente. 🇬🇧Da lì si diffuse agli altrii paesei europei, che in seguito alle carenze economiche causate dalla prima guerra mondiale avevano iniziato a dare grande importanza al risparmio energetico.(immagine tratta da: https://www.flickr.com/photos/steveb59/40967983582)