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Intanto, Renzi… — natangelo

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“Il Carnevale virtuale? E’ una contraddizione”

vignetta di Moreno Tomazetig dal Dom

La mascherina c’è, ma non è quella giusta. Non di certo per festeggiare il Carnevale, che quest’anno sarà ‘virtuale’ un po’ dappertutto, da Udine a Resia, limitandosi a concorsi online, presentazioni in streaming e addirittura alla ‘Sfilata statica’ dei carri allegorici a Monfalcone. Una soluzione d’emergenza inevitabile, ma che rischia di togliere il significato più profondo – e arcaico – alla festa, in una regione che solitamente presenta numerosi appuntamenti.

“Il Carnevale virtuale non può esistere – spiega Valter Colle, antropologo, musicologo ed editore, tra i primi a studiare con mezzi moderni le tradizioni dei giorni di festa in Friuli – Infatti, nasce come rito agrario, momento di trasformazione, rifacendosi a elementi fisici e naturali. Il virtuale rende tutto incomprensibile, anche se i vecchi sostenevano da anni che il Carnevale non fosse più quello di una volta, quando si faceva festa solo una volta all’anno; contrariamente a oggi, quando le occasioni arrivano praticamente ogni giorno… Per la civiltà contadina, liberarsi dalle convenzioni poteva avvenire simbolicamente solo una volta l’anno: una festa liberatoria, quindi, non può restare virtuale, perché è una contraddizione di termini”.

Dall’anno 1000 alla commedia
Quando si parla di Carnevale, in Italia, i riferimenti sono due: le maschere in origine ‘importate’ dalla Commedia dell’arte e quelle tradizionali. E’ così anche in Friuli?
“La Commedia dell’arte nasce nel ‘500 a Venezia, all’epoca capitale mondiale dei commerci, dove arrivavano a lavorare da tutto l’entroterra, dalle pianure ai boschi, alle montagne. Ogni gruppo porta quindi la propria tradizione e le proprie maschere, dal Comelico al Bergamasco, al Friuli. Si può quindi affermare che esistevano già prima della Commedia, che le ha stilizzate, unendo assieme le tradizioni di tanti carnevali diversi”.

E il concetto di maschera?
“Deriva da un termine mediorientale che è l’equivalente di ‘larva’, spirito dei morti. La maschera rappresenta il morto, è una forma di culto spirituale primitivo, quindi indossare la maschera è un evento rituale: è il diavolo che guida le maschere, come Arlecchino”.

Ma… Arlecchino, con i suoi mille colori?
“ Eh, sì: la prima fonte scritta è dell’11° secolo, ce la riporta Orderico Vitale e deriva dai cosiddetti ‘hellequin’, i capi dei diavoli. Alcune caratteristiche di quella che oggi è la maschera più nota al mondo si ritrovano nei personaggi e nelle scene del Pust delle Valli del Natisone, alcuni dei quali risalgono proprio all’anno Mille. Si tratta, in particolare, dei resti dei cosiddetti ‘misteri’, tracce di teatro espulso dalla Chiesa, rimaste nelle parti più periferica. Zone conservative in cui il legame col passato è proseguito grazie a forme di trasmissione orale”.

Tre tipi di festa
Il Carnevale può esistere solo in questa forma arcaica?
“No: alcuni hanno tracce arcaiche, altri sono più vicini a noi e comunque, anche se la tradizione va al passo coi tempi e spesso si modifica, ci sono tre tipologie principali. Quella più arcaica è itinerante, prevedeva la ‘questua’ di gruppi ‘mobili’, con il contatto diretto tra mascherati e non mascherati. E’ il caso dei bambini, per fare un esempio, che ancora oggi si muovono di casa in casa. Le sfilate sono invece la prima forma spettacolare, ma meno rituale e senza contatto diretto. Infine, esiste il carnevale ‘urbano’ come forma di spettacolo teatrale: è quello che deriva da una forma letteraria detta ‘contrasto’, diffusa nell’800, ma risalente almeno a due secoli prima. Si può, o forse poteva ritrovare al Carnevale di Orsaria o quello di Remanzacco, che mettono in scena i fatti del paese, le cose conosciute ma non dette, come forma di confessione liberatoria”.

Torniamo alla Valli del Natisone: ormai tutti o quasi conoscono i Blumari, gli uomini-albero. E gli altri?
“Sì, ma i Blumari sono un discorso a parte: non c’entrano niente col Carnevale, fanno parte di un rituale di iniziazione per i giovani maschi del paese, nella data del capodanno dell’anno agrario, che in alcune frazioni di Montefosca si traduceva in una prova da sforzo notevole. Le più arcaiche, le maschere guida, sono quelle tuttora presenti nel Pust a Mersino, Brischis, Rodda e Masarolis, come l’Angelo e il Diavolo, il Bianco e il Nero e ovviamente la maschera brutta e quella bella. Proprio a Rodda, dal ’77 al ’79, ho lavorato alla mia tesi di laurea per il Dams di Bologna: un’analisi comparativa del Carnevale che rappresentò la prima assoluta in Italia di ‘Antropologia visuale’, cioè realizzata con mezzi audiovisivi. In altri posti, invece, la tradizione si è oggi interrotta”.

Un momento di passaggio
E a Sappada?
“Ci sono tracce di un carnevale arcaico, riassunte nelle Rollate, maschere tipiche di uomini-animali fatte di legno, che esprimono la presenza del demoniaco, anche se oggi vince l’aspetto espositivo, il mostrarsi più che nascondersi per essere elemento destabilizzante. A Sauris, dove c’è la distinzione classica tra maschere belle (scheana schembln) e brutte (schentena schembln), oltre al più noto Rolar, c’è stata invece una frattura nella trasmissione della tradizione, seguita dalla volontà di coinvolgere in maniera creativa e non passiva i turisti, anche recuperando e attualizzando le tracce più arcaiche. Per completare le isole germanofone del Friuli citiamo anche Timau, dove si distinguono Jutalan e Maschkar, legate al ciclo agrario”.

Alla fine si torna sempre lì: al Carnevale come momento di passaggio.
“Perché quello rappresenta: il passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo, dall’inverno alla primavera, poi modificato dalla Chiesa per fissare l’ingresso nella Quaresima. Se da noi ci sono zone dove ancora sono vive tradizioni medievali, cui appartengono in fondo anche i Krampus, è dovuto alla nostra marginalità: tutto il Friuli è una zona di confine e di incontro delle tre grandi culture europee, rappresenta il confine anche ‘dentro’…”.

In questo contesto, Resia rappresenta allora il confine assoluto!
“Infatti, il Pust resiano è uno dei più arcaici, ma con una particolarità: non c’è una maschera vera e propria, tranne il Babaz, il pupazzo che viene bruciato alla fine della festa, dopo giorni dedicati solo a mangiare, bere e ballare. Una forma liberatoria rituale in cui nessuno ha bisogno di una ‘divisa’ o di una maschera, perché in questo caso i resiani non rappresentano, ma ‘sono’ il Carnevale”.