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Giulio Regeni, un altro non compleanno

Giulio Regeni ieri avrebbe compiuto 33 anni. Su Facebook il ricordo di sua madre, Paola Deffendi e il tweet di ‘Verità per Giulio’: “Chissà quanti ponti avresti costruito ancora, quanta bellezza donato ancora a questo mondo. Ti facciamo gli auguri così, gridando al mondo la nostra promessa. Non ci fermeremo fino alla verità e alla giustizia”.https://www.ilfriuli.it/articolo/tendenze/giulio-regeni-un-altro-non-compleanno/13/234721

Per chi non conosce la sua storia ….https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Giulio_Regeni

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Un fiore bello da mangiare

L'immagine può contenere: fiore

di Roberto Zottar

dalla rubrica radiofonica della TgrRaiFVG Vita Nei Campi

Bella e romantica come il profumato fiore, ma decisamente più saporita, la rosa di Gorizia è una delle eccellenze culinarie di questo periodo, annoverata tra i PAT – Prodotti alimentari tradizionali – della nostra Regione e tra i presidi Slow food. L’estetica basterebbe da sola, ma quando il gusto incontra la sua delicata dolcezza e croccantezza si capisce appieno il suo valore e si cambia per sempre la percezione sui radicchi invernali veneti solitamente amari. E’ una coltivazione limitata solo alle campagne di Gorizia i cui segreti vengono gelosamente custoditi e tramandati da poche famiglie produttrici.Questo radicchio che è sostanzialmente una cicoria, un ecotipo di Cichorium intybus varietà sativa, deve il nome alla forma del cespo a bocciolo di rosa, caratterizzato da un colore rosso intenso. La rosa ha anche un fratello più raro e più dolce, il radicchio canarino, che ha le foglie giallo chiaro ed assomiglia ad un uccellino arruffato. La rosa, che esprime un’antica sapienza contadina, non ha origini certe: probabilmente i primi semi furono portati a Gorizia dal Veneto nell’Ottocento e l’ortaggio si è adattato alle condizioni ed alle esigenze locali. La prima citazione di questo radicchio risale al 1873 negli scritti del barone Karl von Czoernig von Czernhausen, funzionario boemo, lo stesso che battezzò Gorizia “la Nizza austriaca” per il suo clima mite.Ma come si ottiene questo ortaggio che è il radicchio più caro del mondo? La tecnica culturale rientra tra le mode di metà Ottocento di forzatura dei radicchi introdotte nel trevigiano dal vivaista belga Van den Borre. Dopo le prime gelate in campo, le piante, raccolte e legate in mazzi, sono messe al buio a 12° per 15 giorni su un letto di torba, mentre nel passato si accatastavano sul letame delle stalle che con il suo calore di fermentazione le preservava dai danni del freddo. Nel tepore umido la pianta riprende a vegetare, il cuore cresce, si colora, diventa croccante e acquisisce un sapore dolce. Al momento della vendita si tolgono le foglie esterne, con uno scarto dell’ottanta percento, e si lavano i piccoli cespi. In cucina, a mio avviso, la rosa di Gorizia non va assolutamente cotta: il radicchio va assaporato crudo e accompagnato da patate e fagioli lessati, uova sode a spicchi oppure solo condito con olio d’oliva, aceto e sale. Anche la piccola radice, tagliata sottile, è ottima da mangiare. Splendido anche assaggiato alla friulana, tagliato in quattro quarti e condito con lis fricis di maiale tostate in padella e sfumate con aceto. Si può servire ridotto a julienne, con appena un filo d’extravergine e del fior di sale, appoggiato su un filetto di branzino cotto al vapore. Un sogno!Buon appetito! da fb

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I fantasmi di Trieste

Trieste è il luogo dei luoghi. Che però non sono mai luoghi trasparenti e definiti, perché hanno sempre le loro ombre e i loro fantasmi. Che si chiamino paura del passato, il non accettare il presente e sospettare del futuro, perché se c’è un futuro, bisognerà chiarire tante cose, incominciando dall’identità. Trieste è un luogo concreto con tante anime, tanti problemi irrisolti, ferite ancora aperte, oscuri sensi di colpa e tradimenti ancestrali.
Jelinčič nei suoi racconti narra storie di Città vecchia, del tram di Opicina, dei rioni di San Giacomo, San Giovanni e San Giusto, ma anche i luoghi dell’anima e storie di personaggi veri, come quel Diego de Henriquez che bruciò in una bara nel suo magazzino con i suoi segreti, Franco Basaglia, il boia nazista Odilo Globočnik, James Joyce e Julius Kugy. Ma perché i fantasmi triestini sono gentili? Perché li salva la loro allegra superficialità e il non pensare al domani,perché l’oggi basta e avanza.

Dušan Jelinčič (Trieste1953) è un giornalistascrittore e alpinista italiano di lingua slovena.

Biografia

Nato a Trieste da una famiglia della comunità slovena triestina (suo padre era Zorko Jelinčič, amico intimo di Vladimir Bartol e uno dei fondatori dell’organizzazione TIGR), si laureò in filologia moderna all’Università degli Studi di Trieste, giornalista caposervizio alla sede Rai di Trieste nella redazione in lingua slovena.

Nel 1986 Jelinčič prese parte alla spedizione Karakorum 86, diventando il primo alpinista del Friuli-Venezia Giulia a scalare un ottomila, il Broad Peak. Nel 1990 tentò la scalata dell’Everest partecipando alla spedizione Alpe Adria Sagarmatha e nel 2003 il Gasherbrum II[1].

Riportò le sue esperienze nel libro Le notti stellate (1994) con il quale riscosse un notevole successo, particolarmente negli ambienti italiani: il libro ebbe due edizioni e quattro ristampe e ricevette ben quattro premi letterari a livello nazionale (tra l’altro il premio letterario Giuseppe Acerbi). Il suo romanzo “Scacco al buio” (2002) gli valse il premio internazionale Scritture di frontiera (ex aequo con Predrag Matvejević).

L’opera letteraria di Dušan Jelinčič rientra nella tradizione della letteratura alpina Austro-ungarica, diffusa dagli inizi del Novecento, di cui è centro proprio Trieste, con autori quali Henrik TumaJulius KugyKlement JugIgor Škamperle, lo stesso Zorko Jelinčič, padre di Dušan, e per certi versi anche Vladimir Bartol.

Jelinčič è inoltre autore di numerosi saggi, pubblicati nelle più prestigiose riviste letterarie della Slovenia.

da https://it.wikipedia.org/wiki/Du%C5%A1an_Jelin%C4%8Di%C4%8D