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Con la enne maiuscola

Il Natale! Natale in famiglia. Un’occasione ancora per fomentare diatribe politiche, discussioni, pareri discordi, invettive, indignazioni,progettazioni di alternative ai divieti e quant’altro. Non voglio entrare anch’io in questo bailamme, tuttaviami sia permessa qualche riflessione. La prima questione che mi pongo è: di quale Natale parliamo? Quello con la N maiuscola è uno solo: commemorazione della nascita di Gesù, il bambino che gli angeli proclamano figlio di Dio e che nasce in una stalla da una donna. Lei non si è fatta i capelli dalla parrucchiera, non ha l’abito firmato, non ha collane d’oro e diamanti. E il bambino? Non fa in tempo ad attaccarsi al seno che già deve scappare in Egitto per non finire vittima innocente in una strage programmata dal potere costituito. E meno male che gli angeli cantavano in coro: «Pace in terra agli uomini che Egli ama».

Che gli uomini abbiano bisogno di pace nell’amore reciproco rimane ancora il messaggio, più valido che mai, dopo oltre due millenni da quel canto sopra Betlemme. Se si potesse parlare e riflettere su questo vero Natale, allora tutte le diatribe, il fracasso, le esplosioni verbali dei social che stanno ribollendo per questa ricorrenza – che dovrebbe essere di natura spirituale, di silenzio, di meditazione, di presa di coscienza – non avrebbero senso.

Mi ha colpito il commento al vangelo della seconda domenica d’Avvento incentrato sulle parole: «Nel deserto preparate le vie del Signore». Il celebrante, magari evitando l’interpunzione, ha voluto unire la frase sottolineando il valore semantico del deserto come atteggiamento in attesa della venuta di Gesù e di preparazione a qualcosa di coinvolgente, come lo è il messaggio di un uomo, che, creduto o meno Dio, indica comunque l’unica strada percorribile dall’umanità in cerca di pace e salvezza.

Oggi è lo stesso messaggio, ben diverso, che proviene dall’interno degli ospedali e dalle case dei malati, e dice in altro modo, in modo sofferto, che non c’è salvezza all’infuori della solidarietà, della condivisione, della presa di coscienza del fatto che solo l’amore porta da qualche parte, non certo l’odio, l’egoismo, l’affare, il consumo sfrenato ed il guadagno come fine ultimo.

E qui entriamo appunto nel secondo modo di intendere il Natale, quello dominante e pervasivo che ha surclassato il primo. Oggettivamente c’è da chiedersi che abbiano a che fare Babbo natale o Dedek mraz,spese forsennate, mania dei regali, corsa alla soddisfazione di ogni futile desiderio represso?

Al giorno d’oggi delle grandi festività cristiane rimane un simulacro che sbeffeggia il trascendente, lo spirituale, l’anima, per creare un madornale falso da baraccone. Intendiamoci, non sono certo contrario alla festa, al raduno famigliare, al pranzo o al cenone delle grandi occasioni; non dimentico affatto che il primo miracolo di Gesù avvenne ad un pranzo di nozze.

Quanta confusione di fronte alle prese di posizione da parte delle autorità costituite nel tentativosacrosanto di frenare il coronavirus. Quante contraddizioni proprioladdove dovrebbe prevalere

la responsabilità ed il buon senso di fronte ad una tragedia immane, peggiore della guerra, perché qui il nemico non sta su un fronte opposto, ma addirittura dentro di noi.

Quest’anno il Natale, per la situazione oggettiva in cui si trova l’umanità, dovrebbe essere invece un richiamo a qualcosa che va al di là del contingente, del puramente materiale, del denaro, del godimento momentaneo, in vista di maggior bene comune. Sarebbe opportuno un po’ di «deserto», non certo fame e sete, bensì deserto come atteggiamento mentale per impostare nel silenzio una profonda riflessione sul senso della vita, dal momento che mai in tale ampiezza e profondità la vita stessa si sta mettendo in forse a dimensione globale per la pandemia.

Chiedersi il senso di quest’esistenza divenuta incerta, effimera, incontrollabile così come lo è il virus che la insidia. Lo so, sembrerebbe un insulto per benpensanti, agnostici, atei, indifferenti e superficiali, proporre loro un richiamo al significato del deserto; quello del vangelo. È un luogo simbolico, il deserto. Che non è solo quello fisico, ma quello a cui magari siamo costretti dalle quarantene. Deserto che non dovrebbe essere aridità e dispersione, ma riflessione, una fermata nell’attesa di un bene da costruire, sostituendo il furore consumistico con un rientro nella parte spirituale di noi stessi. «Nel silenzio del deserto – anche simbolico – si costruisce, pur nella fatica e nell’aridità che avvolge la nostra esistenza, il ritorno alla propria terra, cioè il ritorno al bene – diceva il celebrante – al proprio essere se stessi, all’impegno di dare il meglio di sé, ascoltando nel silenzio di sé la voce del fratello». Ed il fratello ci chiede responsabilità, ci chiede l’enorme sacrificio di salvaguardarlo dal pericolo incombente dovunque. Con la coscienza che nel mentre salvaguardiamo la salute della persona che ci sta accanto, salvaguardiamo la nostra.

Anche se pochi lo pensano, il Natale, quello vero, porta il senso della nascita e rinascita della speranza, valore da coltivare tutti insieme. Tutto ciò è profondamente cristiano. E profondamente umano.

Riccardo Ruttar

https://www.dom.it/con-la-enne-maiuscola_bozic-z-veliko-zacetnico/

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